lunedì 27 dicembre 2010

Gleen Cooper, “La biblioteca dei morti”.

E’ raro che legga libri gialli, ma ogni tanto mi ci tuffo assaporandone tutto il sapore come dell’acqua di una fontana rinfrescante in una calda domenica d’agosto.
E’ un dato di fatto: i thriller, i noir, i polizieschi, i gialli, e tutti gli altri generi che si avvicinano a questi non mi lasciano nulla, dopo averli letti, che valga la pena di ricordare, ma non nego che mi piacciono da impazzire, perché già dalle prime pagine vengo come preso da una curiosità morbosa che mi trascina inesorabilmente fino alla fine. Del resto, questo è il compito dei giallisti e guai se non fosse così!
La biblioteca dei morti non saprei se collocarlo tra i polizieschi o tra i thriller, o, più genericamente, onde evitare il rischio di irritare gli amanti del genere, fra i gialli (anzi, se qualcuno vuol colmare la mia incertezza, qui può farlo e gliene sarò grato). Di sicuro, i morti ci sono e c’è pure la polizia di mezzo, compreso il famigerato FBI, che ne cerca il responsabile. Ma ci sono pure presenze oscure, che sembrano essere messaggeri dell’aldilà e riti offensivi per il genere umano, che vengono perpetrati ingenuamente per fini religiosi.
Will Piper è il classico detective dell’FBI all’americana: scanzonato, beone, donnaiolo, che non tollera le prevaricazioni dei suoi superiori, ma anche il primo fra i suoi colleghi in intelligenza e capacità di risolvere i casi. Per queste ultime qualità viene scelto per risolvere il caso di un presunto serial killer che, in modo del tutto originale, annuncia anticipatamente alle sue vittime la data della loro morte tramite l’invio di una cartolina postale. Accanto a Will viene messa la detective Nancy Lipinsky, che da principio appare odiosa e con tutta l’aria di volere fare la prima della classe, ma che col tempo imparerà a farsi conoscere diversamente fino al punto che, anche qui in maniera quanto più americana possibile, finirà per farsi amare dal suo capo.
La coppia va avanti nelle ricerche, con pochi elementi fra le mani, affidandosi soprattutto al sesto senso di Piper, mentre, tra un capitolo e un altro, vengono intercalati eventi apparentemente diversissimi, risalenti ad altre epoche storiche di settanta, ottocento e persino milleduecento anni prima. Sennonché, a poco a poco, proprio gli eventi accaduti nel passato finiscono inesorabilmente per dare (da principio solamente al lettore) la chiave di lettura per la soluzione del caso.
Tutto sarebbe semplice, dunque, per la mente acuta di Will, se non ci si mettessero di mezzo le invidie degli amici, gli ordini provenienti da oscuri superiori e da ultimi, ma non per ultimi, il segreto di stato e la sicurezza della nazione, che lo portano a diventare in poco tempo da investigatore intoccabile a ricercato numero uno.
Non mi stupirei se sentissi dire che della biblioteca dei morti ne stanno facendo un film, non perché credo che meriti di essere divulgato anche sotto quella forma, ma molto più semplicemente per l’interesse economico che immagino si porti dietro, dato il gran successo che, a quanto pare, il libro ha avuto sin dal suo esordio. D’altronde, è anche chiaro che se n’è voluto creare una caso letterario, visto che nelle librerie, dopo neanche un anno, dal mese di maggio del 2010, c’è già il cosiddetto sequel della storia, che si riallaccia ad alcuni particolari, qui insignificanti, ma che per i più bramosi, non hanno avuto una completa descrizione.
Chi fosse così curioso, cerchi “il libro delle anime”, dello stesso autore. Io, forse tra qualche mese, in queste pagine, mi troverò a parlare anche di quello. Chi lo sa?!

lunedì 20 dicembre 2010

Andrea De Carlo, “Leielui”.

Daniel Deserti e Clare Moletto si conoscono in modo imprevisto: un incidente stradale. Lui tampona la macchina in cui lei sta viaggiando col suo fidanzato. Da quel momento, dapprima grazie a circostanze fortunose e poi via via sempre di più volute, i due iniziano a frequentarsi, a conoscersi e a rimanere sempre più imbrigliati in una trama di curiosità, appagamento nascosto e gioco delle parti che li apre, da una parte, l’uno all’altro, ma che li rende dall’altra parte, sempre più vulnerabili al sentimento che comincia ad aleggiare fra di loro.
Con Leielui, De Carlo, ancora una volta, non perde l’occasione per mettere in scena i temi a lui più cari, come la sorpresa dell’uomo nel riscoprirsi più vicino alla natura che non ai sistemi di vita apparentemente perfetti e tecnicamente avanzati; l’incomunicabilità fra quanti sono degni figli del tempo presente e quanti se ne discostano per istinto di sopravvivenza; i sentimenti visti come spie nascoste e che una volta rivelate fanno emergere le diverse personalità umane, intrappolandole in compartimenti stagni.
E tutto ciò lo fa con una maestria che fa sembrare persino facile il compito dello scrittore. Non si può non cogliere, infatti, lo stile fluido, impeccabile, e lineare. Eppure, a stare bene attenti, c’è una cura tanto nello stile che nella trama che interessa ogni parte del romanzo.
L’esempio più lampante (a voler tacere del perfetto gioco narrativo ad incastri, con particolari lasciati sparsi qui e là, che solo da principio risultano essere apparentemente inutili e che non sfuggono nemmeno ad un lettore distratto; o a voler tacere anche - per questa volta, almeno - di certi virtuosismi lessicali o di certi effetti “scenici”, quasi fossero un retaggio del regista cinematografico De Carlo) è dato dalla caratterizzazione dei personaggi, che è oltremodo attenta e delineata fin dentro ogni più recondito particolare. Tale caratterizzazione, infatti, si lascia cogliere anche dai discorsi diretti o dai flussi di coscienza oppure ancora attraverso l’escamotage più vecchio, personale e meglio sperimentato dall’autore che, quando può, procedendo con metodo - che potremmo definire - “a contrario”, pone accanto ad ogni protagonista un suo personale antagonista, da cui fugge, od al quale si contrappone.
Ne ho letti tanti libri di De Carlo, e credo di poter dire che il massimo sforzo teso a caratterizzare i personaggi sia stato profuso proprio nel romanzo in commento (anche se “Giro di vento”, in cui c’è il più alto numero di protagonisti ognuno con la sua marcata personalità, non può dirsi da meno). Inoltre, c’è da sottolineare la presenza di un personaggio-tipo che all’autore deve piacere tanto perché ricorre spesso nei suoi libri (o almeno, così è in tutti quelli che ho letto io); un personaggio apparentemente burbero, singolare, le cui intenzioni non sono sempre alla portata di quelli che gravitano attorno a lui e che tanto meno sono per questi ultimi prevedibili o controllabili. In questo “tipo” rientrano, per citarne alcuni, Macno, nell’omonimo romanzo (Bompiani, 1984), Guido Laremi, in “Due di due” (Mondadori, 1989), Maria Chiara, in “Nel momento” (Mondadori 1999), Lorenzo Telmari, in “Mare delle verità” (Bompiani, 2006), Durante, nell’omonimo romanzo (Bompiani, 2008) e adesso, con “Leielui”, in parte, anche Daniel Deserti. Perché dico “in parte”? Perché man mano che la narrazione va avanti, il Daniel Deserti-personaggio tipo compie una specie di rivoluzione, mettendosi in discussione e dimostrandosi fallibile perfino a sé stesso (cosa che, invece, gli altri suoi consimili non fanno mai). Che si debba registrare un cambiamento nella scelta dei personaggi di De Carlo? Qualunque sia la risposta, resta il fatto che Daniel, di certo, non si può annoverare fra quelli che ci capita tutti i giorni di frequentare, anche se può suscitare un certo desiderio di conoscere persone come lui.
L’unica osservazione critica, se tale si può dire, per un romanzo appagante come questo è - strano a dirsi - rivolta al commento che l’autore stesso fa del suo romanzo. Egli dice di aver voluto “dare ai due protagonisti, donna e uomo, lo stesso peso”, facendo in modo che “a capitoli alterni la storia [venisse] raccontata dal punto di vista di lei e di lui”. Detta così, infatti, avrei immaginato che la stessa sequenza o lo stesso spazio temporale venissero riproposti due volte, alternando appunto i punti di vista. In realtà, se vera, o quantomeno condivisibile è la pari misura data a Daniel e Clare, l’unica alternanza si rinviene nella prospettiva del narratore, che getta ora uno sguardo sull’uno, ora uno sguardo sull’altra. E ciò, peraltro, sempreché i due non si trovino nello stesso contesto.

lunedì 13 dicembre 2010

Enrique Vila-Matas, “Dublinesque”.

Quand’ero a metà di questo romanzo mi sentivo spossato, afflitto. Non so dirlo bene: insomma, mi era passata la voglia di leggere. Non riuscivo nemmeno a trovare un divano che mi rendesse più comoda la lettura o un cuscino, semplicemente, che mi rendesse le cose più piacevoli (in bagno? non è mai stata mia abitudine. Comunque, ho provato e neanche lì andava bene). Poi c’era che mi distraevo spesso e mi ritrovavo ad andare avanti senza avere recepito le parole che avevo scorso con lo sguardo, per cui dovevo tornare indietro e rileggere concentrandomi sulle parole, poi sulle frasi e, infine, sui paragrafi.
Il guaio è che questo libro concede poco, se non pochissimo, alla raffigurazione degli avvenimenti (che pur essi pochi sono). E, se lo fa, il più delle volte, li rievoca a beneficio soltanto di coloro che hanno letto già l’Ulisse o Gente di Dublino di James Joyce. Io, che non li avevo letti, quindi, mi sono sentito da subito messo in minoranza, ma sono andato avanti, con la fiducia (o forse l’arroganza?) che prima o poi i tasselli mancanti mi sarebbero tornati e che le stesse metafore e i significati ad esse collegati avrebbero visto la luce, quando meno me lo sarei aspettato. Del resto, c’erano due buoni motivi per cui avevo scelto di voler leggere Dublinesque: la prima, che avevo letto già l’opera più famosa di Vila-Matas (Bartleby e compagnia) che, per quanto mi era sembrata più un delirio di erudizione enciclopedizzante che un testo letterario, mi era anche piaciuta molto; la seconda, che nella quarta di copertina, l’editore aveva chiuso la sua recensione con queste parole: “un romanzo abbagliante, aperto alle più diverse letture. Semplicemente geniale”, e dunque mi sembrava almeno meritevole di essere letto.
La svolta è arrivata una volta superata la metà, una volta a tre quarti, mi direte voi. E invece no. Il libro è andato avanti così, fino alla fine. E meno male che non fa nemmeno duecentocinquanta pagine (che io però ho letto in più di tre settimane)! I tasselli mancanti non sono mai tornati, le metafore non hanno mai visto la luce e l’abbagliamento promesso non si è mai manifestato. Avete presente un mattone? Ecco, questo è il caso.
Il romanzo narra la storia del dolore di Samuel Riba, editore in pensione che ha perso l’entusiasmo per il suo mestiere, ormai appiattito sulla scia delle nuove tecnologie: il suo pensiero è che la stampa sta scomparendo e con essa anche la cultura.
Per tale ragione, mentre viene perseguitato dalla paura di ricadere nel vizio dell’alcol e dalla convinzione di non essere compreso, Riba decide di andare a Dublino il 16 giugno in occasione delle celebrazioni annuali (Bloomsday) dello scrittore irlandese James Joyce. L’intento è quello di celebrare in quel luogo, che per il suo intento è tanto pieno di significato, un funerale simbolico dell’era della stampa e più in generale di quella concezione della società che va sotto il nome di Galassia Gutemberg.
Il requiem riesce, anche se non nei modi, con lo spirito e l’atmosfera che il suo autore aveva immaginato, mentre va prendendo forma una figura singolare e metaforica che accompagnerà la vita del protagonista fino alla fine del romanzo.
Ora che ho letto fino all’ultima pagina, non mi resta altro che aspettare il giorno in cui la pesantezza contingente non sarà rimasta che un vecchio ricordo, e pure sbiadito, e mi sveglierò con la consapevolezza di avere avuto il privilegio di leggere una grande opera!

mercoledì 24 novembre 2010

Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”.

A volte ci si trova in imbarazzo nel leggere romanzi, sia pur di fantasia, che sottintendono o che si riportano ad avvenimenti realmente accaduti e a personaggi o a luoghi consacrati dalla storia. O almeno, questo è quel che succede a me tutte le volte che riemergono le mie lacune in materia. L’ultima volta è capitato quando ho dovuto fare i conti con la storia d’Italia e d’Europa della fine del XIX secolo, nel leggere il Cimitero di Praga.
Eh già, perché il cimitero di Praga narra la storia di un uomo, frutto della fantasia del suo autore, che ha vissuto da vicino avvenimenti come lo sbarco dei mille e l’unificazione dell’Italia o la guerra franco-prussiana e la caduta del secondo impero francese con la conseguente restaurazione della repubblica, venendo a contatto, per un motivo o per un altro, con tutta una serie di uomini che invece sono realmente vissuti.
La trattazione è originalissima: il protagonista del romanzo, Simone Simonini, si sveglia da uno stato di smarrimento in cui non riesce neppure a ricordare chi è veramente. Sennonché, nel tentativo di ricostruire la sua vita scrivendo un diario che ripercorra le vicende passate, le persone conosciute, ma anche le ambizioni e i risultati ottenuti nel corso degli anni, si trova a rivelare la sua versione i ordine ai complessi intrecci ed ai meccanismi che hanno fatto muovere e crescere tutto il movimento sotterraneo che si è espanso in Europa fino ai due conflitti mondiali.
Dall’evolversi del racconto, infatti, viene fuori che Simonini è cresciuto come uno dei più insigni falsificatori di atti pubblici (o di interesse pubblico) al soldo dei massoni, della chiesa cattolica e dei servizi segreti, e che grazie ai suoi lavori è stato possibile persino condurre trattative internazionali, dichiarare guerre e sollevare popoli.
Simonini, però, rimane sempre fuori dalle dinamiche che si determinano grazie al suo intervento, anche se coltiva un’ambizione personale, che è quella di mettere in circolazione dei documenti da sé inventati, in parte attingendo alla fantasia ed in parte ricostruendo ad arte avvenimenti di dubbia provenienza storica, che lui stesso chiamerà i protocolli di Sion. L’ambizione per Simonini è di natura economica, anche se, per una ragione che non ricorda, ma che si lega all’affetto per il nonno che lo ha cresciuto, non disdegna l’effetto che la loro pubblicazione può suscitare. I protocolli da lui concepiti, infatti, rappresenterebbero la prova della cospirazione del popolo ebraico per la conquista del mondo civilizzato e, così, la loro diffusione provocherebbe una reazione ostile verso la stirpe giudaica che suo nonno, chissà perché, tanto odiava.
Dall’ambizione di Simonini, che si destreggia in un mondo in cui sembra che si faccia persino a gara per chi deve mettere per primo in circolazione un finto documento originale nell’interesse dell’una o dell’altra parte della barricata, si vanno facendo via via sempre più evidenti gli insegnamenti che la storia del secolo XIX e di quello che ha preceduto il nostro ci ha lasciato. In primo luogo, purtroppo, che non c’è cosa migliore per tenere in pugno un popolo che condividere con lui l’odio verso un nemico comune e che questo odio se non è motivato, può essere quantomeno provocato, indotto; inoltre, che se il nemico è ricco e potente, l’odio potrà essere ancor più grande; e poi ancora che se si smarrisce ogni riferimento con la storia, gli avvenimenti reali, la concretezza di tutti i giorni, si rischia di perdere di mano la situazione, con effetti quasi certamente catastrofici.
Così è stato per il Protocollo dei savi di Sion, alla cui elaborazione ha certamente partecipato il personaggio immaginato da Umberto Eco nel Cimitero di Praga. Tale documento è, infatti, tristemente noto alla storia come falso, ma tanto falso che, come si sostenne da parte di chi ne aveva interesse, non può essere contestato. Ed è per tale ragione, anche, che milioni di ebrei vennero uccisi nei campi di sterminio durante il nazismo.
Ho trovato il libro degno del suo autore. Semplicemente, un capolavoro. E’ illuminante e piacevolissimo da leggere.

mercoledì 17 novembre 2010

Karl Ove Knausgard, “La mia lotta - vol. 1”

Mi sono ritrovato più volte a chiedermi, mentre leggevo “la mia lotta”, cosa ci fosse di così tanto bello nel romanzo da farmelo sembrare coinvolgente e, altrettante volte, non sono riuscito a darmi una risposta. Tanto meno credo che riuscirò a darmela adesso, una settimana dopo che ne ho finito la lettura e che sono riuscito a distogliere l’attenzione, non senza nostalgia, dal racconto di una vita, diversa dalla mia, ma resa alquanto comprensibile.
Sarà forse la semplicità sulla quale poggia l’intera narrazione, a cui quest’ultima sembra essere ispirata, o forse la curiosità di vedere fino a che punto si è spinto l’autore nel rievocare con precisione dettagli della sua vita altrimenti insignificanti, non saprò dirlo mai, restando certo soltanto il dato che il primo volume dell’opera ha suscitato in me le emozioni che solo un autore accorto riesce a dare al suo lettore.
Nella mia lotta, il presente e il passato dell’autore, che ne è anche protagonista, si fondono dando sfogo alla contemplazione della sua vita. In ciò, quel che colpisce è la constatazione, mai apertamente rivelata, di come a volte episodi piccoli ed apparentemente insignificanti svolgano un ruolo di prim’ordine nella formazione del carattere di ciascuno.
In tal senso, accanto ai veri drammi o i patemi d’animo, le insicurezze e le paure, vissuti nell’età adolescenziale, vengono fuori i racconti di serate qualunque, una immagine vista in televisione e altre banalità risalenti a decenni prima, ma rivissute tra i ricordi più vividi, che dominano la scena e suscitano in Karl Ove interrogativi o giustificazioni sul suo comportamento.
Tutto quel che, da principio, sembra essere narrato senza uno scopo, che non sia quello, apparente, di rievocare il passato, a poco a poco assume una valenza diversa, fino a rendersi interamente necessario alla comprensione del romanzo. Come dire che ogni dettaglio, se è stato espresso, rievocato e persino commentato e sottolineato, ha meritato il posto che riveste per un fine ultimo a cui si giunge senza fretta.
Il primo volume dell’opera, che nella sua interezza apprendo essere di sei volumi (quattro dei quali solamente sono stati pubblicati nel paese d’origine dell’autore), s’incentra attorno al rapporto di Karl Ove Knausgard col proprio padre, in un crescendo di sentimenti che, man mano che la storia va avanti, vengono sempre più sgrezzati dalle ipocrisie, dalle contingenze o dalle interferenze dovute al significato non sempre univoco attribuito, appunto, agli episodi del passato, divenendo sempre più puri.
Per queste ragioni, mi trovo adesso ad attendere con ansia il seguito della storia che, in assenza di qualunque indicazione, ahimè non so nemmeno quando uscirà.

mercoledì 27 ottobre 2010

Denis Guedj, “il teorema del pappagallo”.

Pierre Ruche, un sagace libraio parigino ottantaquattrenne che ha perso l’uso delle gambe, riceve due lettere a breve distanza di tempo provenienti da Manaus, al centro della foresta amazzonica. Chi le scrive è Elgar Grosrouvre, un suo amico e collega universitario, che credeva morto da quasi cinquant’anni. Grosrouvre gli preannuncia di avergli spedito le casse contenenti tutti i libri e le riviste di matematica, fra cui pezzi unici, antichissimi e di grandissimo valore, raccolte nel corso della sua intera vita. Ciò, perché, gli rivela senza essere più preciso, dopo essere riuscito a dimostrare due delle più controverse regole matematiche di tutti i tempi, ossia l’ultimo teorema di Fermat e la congettura di Goldbach, presagisce una morte imminente e violenta. C’è, infatti, chi vuole ottenere a tutti i costi le due dimostrazioni, mentre Grasrouvre vuole che rimangano segrete. Nell’impossibilità di contattarlo, Ruche si porrà dunque come primo obiettivo quello di capire se la morte dell’amico conseguirà ad una sua scelta o se teme di essere ammazzato e, in quest’ultimo caso, da chi.
Da ciò, poi, seguirà una serie infinita di altri interrogativi a cui l’ottantaquattrenne proverà a dare risposta, studiando e leggendo tutti i libri di matematica che, nel frattempo, gli sono arrivati. A sorreggerlo in questa avventura la sua insolita famiglia, composta da Perrette, l’aiutante libraia che ospita nella sua casa, con i suoi figli, le cui origini sono più che ignote, oltre ad un piccolo seguito di amici e collaboratori stretti. Fra questi ultimi, rientra pure un pappagallo sottratto da Max, il figlio sordo di Perrette, al traffico di animali nei sobborghi di Parigi, che si rivelerà ben presto più saggio di quanto non s’immagini.
Quando gli studi e gli interrogativi cominciano a dare i propri frutti, però, una svolta inattesa porta nel caos Ruche e i suoi amici: Max e il pappagallo vengono sequestrati da una banda i cui scopi non appaiono subito chiari e tutti gli sforzi vengono quindi diretti verso la loro liberazione.
Un libro quindi dalla trama avvincente, come tutti i migliori thriller, con la straordinaria originalità di portare al centro della scena e davanti a tutti i ragionamenti il metodo matematico, così come si è evoluto nel corso dei millenni.
Le letture di Ruche, infatti, vengono portate in primo piano e discusse fra i protagonisti, affinché anche il lettore possa imparare a individuare fra le righe il metro di ragionamento seguito e provare magari a ricostruire il loro pensiero prima ancora che si riveli appieno.
Per questa sua caratteristica, il romanzo appare certamente vincente, anche se in certi momenti può risultare stancante e noioso. Dopo i primi capitoli di pura narrazione, infatti, si ripercorre la storia delle scienze matematiche, coi suoi dogmi e le sue dimostrazioni che non sempre - questo deve pur dirsi - appaiono perfettamente chiare (specie a chi, come me, di matematica ne mastica ben poca). Solo dopo che viene superata la parte centrale, che alterna narrazione a ragionamento, dati storici, con tanto di formule e diagrammi, alla fantasia, si torna a respirare una bella narrazione con tanto di azioni e descrizioni da far vivere da vicino gli avvenimenti.
In definitiva, ritengo che, se non si tiene conto dei tanti dubbi - per me - irrisolti o risolti in maniera non chiara e della distrazione dalla quale ci si lascia prendere ogni tanto, la lettura risulta comunque da encomiare. Come dire che non sempre piace ciò che è buono, ma che gliene si deve dare pur atto.
Prima di congedarmi, però, vorrei porre una domanda a chi ha letto il libro prima di me o che si accinge a farlo: come si risolve il mistero della nascita dei figli di Perrette nelle viscere di Parigi? Può essere che l’autore si è dimenticato di darcene una risposta; o dovremo anche noi ricorrere a studi complessi che ci porteranno a disquisire sulla quadratura del cerchio e la trisezione dell’angolo per avere una risposta?

giovedì 14 ottobre 2010

Diego De Silva, “Mia suocera beve”.

Dopo averci stregato con “non avevo capito niente”, Diego De Silva propone un secondo episodio di Vincenzo Malinconico, l'avvocato napoletano che vive in bilico fra l'odio e l'amore della sua professione e che non si fa conquistare mai dalle mode, dai pettegolezzi o dalle convenzioni, apparendo a volte burbero e a volte eccessivamente sarcastico, ma riuscendo più spesso ancora a risultare a tutti adorabilissimo.
Questa volta Vincè, come lo chiama la figlia della ex moglie, si trova alle prese con un caso assolutamente anomalo, pur se dai risvolti decisamente attuali: mentre gironzola senza una meta fra i banconi di un supermercato, al suo fianco si sta consumando un dramma. Un padre, l'ingegnere Romolo Sesti Orfeo, vuole vendicare l'uccisione del figlio, avvenuta per mano della camorra, sequestrando e processando in diretta tv colui che ha esploso il colpo mortale. Il camorrista, infatti, continua a circolare tranquillamente per le strade, pur essendo formalmente un ricercato, e quel giorno a quell’ora sta giustappunto scegliendo il suo yogurt preferito nel banco frigo.
L'assurda vicenda è narrata in prima persona da Vincenzo Malinconico, che non si trattiene dal fare, pubblicamente o solo nella sua testa, tutte le considerazioni che la circostanza, vissuta istante per istante, gli porta alla mente. In tutto ciò, com'è nello stile del personaggio, c'è spazio per lunghe digressioni e divagazioni di psicologia spiccia e filosofia da corridoio che si riportano ad episodi della vita di Malinconico, riguardanti soprattutto i suoi rapporti con gli altri e il suo essere unico in un contesto che, a volte, sembra persino non capirlo.
Il libro si legge come un raccontino ironico (anche se, da questo punto di vista, personalmente, ho preferito “non avevo capito niente”), ma non si può non recepire al tempo stesso la posizione dell'autore su alcuni temi attuali e non. Vedi ad esempio quello più evidente della scarsa fiducia riposta nella giustizia italiana e, per converso, del crescente interesse verso i processi fatti in piazza attraverso i media, oppure quello della fama immeritata portata dalla visibilità mediatica, o ancora quello delle difficoltà che s’insinuano nei rapporti col prossimo, persino quando si è sinceri (c’è sempre una virgola che può danneggiare un intero sistema).
Il linguaggio usato, le pause e i tempi contribuiscono a rendere la lettura - che consiglio - sicuramente piacevole.