lunedì 13 dicembre 2010

Enrique Vila-Matas, “Dublinesque”.

Quand’ero a metà di questo romanzo mi sentivo spossato, afflitto. Non so dirlo bene: insomma, mi era passata la voglia di leggere. Non riuscivo nemmeno a trovare un divano che mi rendesse più comoda la lettura o un cuscino, semplicemente, che mi rendesse le cose più piacevoli (in bagno? non è mai stata mia abitudine. Comunque, ho provato e neanche lì andava bene). Poi c’era che mi distraevo spesso e mi ritrovavo ad andare avanti senza avere recepito le parole che avevo scorso con lo sguardo, per cui dovevo tornare indietro e rileggere concentrandomi sulle parole, poi sulle frasi e, infine, sui paragrafi.
Il guaio è che questo libro concede poco, se non pochissimo, alla raffigurazione degli avvenimenti (che pur essi pochi sono). E, se lo fa, il più delle volte, li rievoca a beneficio soltanto di coloro che hanno letto già l’Ulisse o Gente di Dublino di James Joyce. Io, che non li avevo letti, quindi, mi sono sentito da subito messo in minoranza, ma sono andato avanti, con la fiducia (o forse l’arroganza?) che prima o poi i tasselli mancanti mi sarebbero tornati e che le stesse metafore e i significati ad esse collegati avrebbero visto la luce, quando meno me lo sarei aspettato. Del resto, c’erano due buoni motivi per cui avevo scelto di voler leggere Dublinesque: la prima, che avevo letto già l’opera più famosa di Vila-Matas (Bartleby e compagnia) che, per quanto mi era sembrata più un delirio di erudizione enciclopedizzante che un testo letterario, mi era anche piaciuta molto; la seconda, che nella quarta di copertina, l’editore aveva chiuso la sua recensione con queste parole: “un romanzo abbagliante, aperto alle più diverse letture. Semplicemente geniale”, e dunque mi sembrava almeno meritevole di essere letto.
La svolta è arrivata una volta superata la metà, una volta a tre quarti, mi direte voi. E invece no. Il libro è andato avanti così, fino alla fine. E meno male che non fa nemmeno duecentocinquanta pagine (che io però ho letto in più di tre settimane)! I tasselli mancanti non sono mai tornati, le metafore non hanno mai visto la luce e l’abbagliamento promesso non si è mai manifestato. Avete presente un mattone? Ecco, questo è il caso.
Il romanzo narra la storia del dolore di Samuel Riba, editore in pensione che ha perso l’entusiasmo per il suo mestiere, ormai appiattito sulla scia delle nuove tecnologie: il suo pensiero è che la stampa sta scomparendo e con essa anche la cultura.
Per tale ragione, mentre viene perseguitato dalla paura di ricadere nel vizio dell’alcol e dalla convinzione di non essere compreso, Riba decide di andare a Dublino il 16 giugno in occasione delle celebrazioni annuali (Bloomsday) dello scrittore irlandese James Joyce. L’intento è quello di celebrare in quel luogo, che per il suo intento è tanto pieno di significato, un funerale simbolico dell’era della stampa e più in generale di quella concezione della società che va sotto il nome di Galassia Gutemberg.
Il requiem riesce, anche se non nei modi, con lo spirito e l’atmosfera che il suo autore aveva immaginato, mentre va prendendo forma una figura singolare e metaforica che accompagnerà la vita del protagonista fino alla fine del romanzo.
Ora che ho letto fino all’ultima pagina, non mi resta altro che aspettare il giorno in cui la pesantezza contingente non sarà rimasta che un vecchio ricordo, e pure sbiadito, e mi sveglierò con la consapevolezza di avere avuto il privilegio di leggere una grande opera!

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