venerdì 11 giugno 2010

Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera Enaiatollah Akbari”. B.C. Dalai Editore.


Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera Enaiatollah Akbari”. B.C. Dalai Editore.

Ecco. Finalmente ho trovato la parola giusta per descrivere il mio stato d’animo, dopo aver letto il tanto blasonato libro di Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera Enaiatollah Akbari” (ai primi posti delle classifiche nazionali dei libri più letti). La parola giusta è: delusione.
Sono deluso. Già. Proprio così. Perché da un romanzo che annuncia di rivelare la vera storia di un uomo del nostro tempo, ma tanto lontano dalla nostra cultura, che ha conosciuto la fame, la miseria, le legnate date coi bastoni e che ha dormito fianco a fianco con la morte; da un romanzo il cui protagonista dichiara di sentirsi rinato una seconda volta, dopo essere approdato ad una vita che vorrebbe che fosse la sua definitiva, provando per la prima volta il sentimento della libertà, mai sperimentata prima di arrivare in Italia; da un romanzo del genere, dicevo, mi sarei aspettato di più. Molto di più.
Invece, già dalle prime pagine, ho capito che il libro, tanto per cominciare, è ben distante dall’essere, da una parte, un testo letterario e, dall’altra, un documento storico di particolare interesse. Non è arte, perché non c’è nulla, neanche nelle parole del protagonista, che smaterializza la verità facendola assurgere a sentimento trasposto in parole; ma non è nemmeno un documento storico che possa destare interesse, essendo spesso vago, superficiale, frammentario e pieno di vuoti, colmabili paradossalmente col solo ricorso alla fantasia.
Poi, ho capito che l’autore ha ridotto al massimo il suo contributo, quasi al punto da essersi comportato da mero scriva. La sensazione che da, infatti, è questa: l’autore si è messo attrono a un tavolo col protagonista e, senza fargli troppe domande, se non quella iniziale (raccontami gli anni che ti hanno accompagnato dalla tua infanzia in Afganistan fino al tuo arrivo in Italia), gli ha messo sotto un registratore. Al termine del racconto, che ricomprende un decennio, ma che sarà durato si e no un pomeriggio, ha preso la cassetta e l’ha sbobinata. E quel che ne è venuto fuori è un raccontino che ha venduto un sacco di libri.Peccato. Poteva essere davvero un’opera eccezionale. Ci avrebbe potuto far vedere con gli occhi le atrocità di tanta misera gente costretta a lasciare la propria terra e vivere da fuggiasca, nascosta nella bolgia delle metropoli del medio oriente, e viverla con lui in contesti di cultura, tradizioni, religioni, senso della famiglia, della patria e della libertà molto diverse. Ma di tutto questo nel libro non ce n’è che la parvenza, sembrando appena il sunto delle chiacchiere fra due comari affacciate al balcone del comodo occidente.

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