martedì 6 novembre 2012

Natsuo Kirino, “Grotesque”.


Prendi in mano un libro e leggi il titolo: “Grotesque”. Grottesco. In una lingua che non è la tua. In copertina, nella copertina dell’edizione economica che hai in mano, almeno, c’è una donna magra, di spalle, nuda, in penombra. Prima di farti l’idea dalla quarta di copertina che si tratta - forse - di un romanzo giudiziario, in cui a farla da padrona, però, è l’atto di accusa dell’autrice nei confronti di una società (autrice che hai già avuto modo di conoscere e di apprezzare, società che è tanto distante dalla tua), leggi il titolo del primo capitolo: “Rappresentazioni di bambini immaginari”. Il prezzo è invitante (€ 10,50), specie per le 847 pagine fittissime in cui la trama si dispiega. Resti per forza colpito. Non puoi che portartelo a casa e aspettare il coraggio di iniziare a leggerlo.
Quando l’avrai trovato, ti troverai in un vortice inesauribile di parole che non ti stancheranno mai e che, anzi, ti terranno sveglio per tutta la notte pur di continuare ad andare avanti. Nel frattempo, ti accorgerai che, in realtà, non si tratta di un romanzo giudiziario, anche se la narrazione ha tutto il sapore della confessione resa dal personaggio a cui è affidata volta per volta. Solo che questa volta a giudicare non c’è nessun tribunale, ma ci sei tu, che leggi.
L’editore italiano lo racconta così: due prostitute di Tokio, Yuriko e Kazue - la prima, figlia di madre giapponese e di padre svizzero, dotata di una bellezza quasi sovrannaturale, le seconda, invece, forte di una caparbia determinazione - sono assassinate in modo feroce, e la loro morte lascia una serie di domande senza risposta. Chi erano queste due brave ragazze che si sono trasformate in donne “grottesche”, mostri di perversione ed eccessi, di irriducibile quanto tragica volontà di indipendenza? Quali eventi hanno condotto la loro vita verso un esito così tremendo, dove si annida l'enigma di una perdizione che nulla sembra poter arrestare? Al loro tragico destino si unisce quello di un contadino cinese immigrato in Giappone, cresciuto con la famiglia in condizioni di estrema povertà, che viene accusato degli omicidi. Ammetterà di aver commesso il primo, di aver ucciso la bellissima Yuriko, ma non è stato l'artefice del secondo, seppure le due violenze siano così simili, e le coincidenze così schiaccianti.
Seppur, a dispetto di ciò che sembra essere promesso fra le righe, la vicenda giudiziaria risulti quasi del tutto estranea alla narrazione, ti troverai ad assaporare, per assurdo, il piacere di leggere una storia drammatica che unisce tutti i personaggi. La sconfitta di tutti loro.
Ciò, probabilmente, perché lo stile adoperato non conosce filtri, né veli dietro cui nascondere il più recondito pudore, né le più banali ipocrisie su cui si fonda la più sana delle società civili, sebbene il tuo pensiero ricorrente sarà di detestare sempre di più la voce narrante, protagonista della storia. O forse, perché spererai fino alla fine, alimentato come sei stato finora dal romanzetto commerciale, di trovarti improvvisamente di fronte ad un colpo di scena che possa dare la svolta a tutto ciò che hai avrai letto o che possa fungere da chiave di lettura diversa al resto del romanzo. Anche se questo non arriverà mai.
Alla fine, ti convincerai che sei rimasto vittima di uno sfogo dell’autrice, di un suo personale disagio psicologico, dal quale forse potrà riuscire a liberarsi sapendo che qualcuno nel mondo, in questo preciso momento, sta leggendo le sue parole e la sta comprendendo.
Poi, quando avrai chiuso anche l’ultima pagina e anche l’ultima riga sarà passata velocemente sotto i tuoi occhi, fluida come un compito ben fatto, che non ha mai conosciuto nemmeno l’ostacolo di una sintassi complicata o troppo gravida di termini a te ostili, il dubbio comincerà ad assalirti che, forse, anche tu vorresti unirti a lei, in uno sfogo simile. Ma ciò sarà, non per risolvere il tuo disagio interiore, quanto per denunciare le storture del mondo che ti sta continuando a girare attorno. Comincerai a capire solo allora.
Per quanto mi riguarda, dopo aver letto L’isola dei naufraghi, ho ottenuto con “Grotesque la conferma che l’autrice ama immergersi in storie fuori dai canoni, volendo trarre da queste, però, una morale valida comunque, per tutti, in ogni tempo e in ogni luogo. Allo stesso ho riconosciuto lo stile singolare che avevo descritto a suo tempo come un pennello che ritorna a più passate sulla stessa traccia e l’uso della trama alla stregua di un tavolo di laboratorio, per eseguire esperimenti a vivo sulla psiche umana. Un'ottima lettura.

Luis Sepulveda, “Ultime notizie dal Sud”.


Ci sono luoghi dove non siamo stati mai, ma che ci sembra di conoscere e che speriamo di potere ritrovare prima o poi. Perché più che luoghi misteriosi, accattivanti, ricchi di colori e suoni che ci ammaliano sono luoghi che vivono dentro di noi, come se fossero un tutt’uno con la nostra stessa natura.
Che cos’hanno di straordinario bene non si sa. Forse solo il fatto di essere lo spazio ideale in cui il genere umano si possa adattare, ma che è divenuto così ristretto e difficile da trovare, da essere divenuto anche nostalgico e ambito. Quel che è certo è che, quando ci distraiamo un attimo dal tran tran della vita quotidiana e ci soffermiamo a immaginare (o a rivivere, nel nostro subconscio) quei luoghi, ci sentiamo sopraffare da un senso di impotenza di fronte al dilagare dell’economia che invade tutto il mondo, fino ad occuparne gli angoli più reconditi. In quei casi, può anche sembrare un paradosso, ma riusciamo a provare invidia per alcune popolazioni o per singoli uomini che vivono, ancor oggi, in terre dimenticate, dove tutto risulta lontano e inafferrabile, dove l’unica legge esistente è quella del sapersi arrangiare e c’è ancora spazio per la fantasia.
In quelle terre può persino apparirci normale incontrare un uomo, dopo decine di chilometri di solitudine e silenzio, cercare fra i tronchi divelti dal vento il suo violino; così come ci può sembrare naturale sorseggiare un mate in compagnia di una vecchia che fa crescere ricchi mazzi di fiori colorati al centro di una valle in cui l’unica forma di vita sembra essere lei stessa; e potremmo anche trovarci a chiacchierare con un ubriaco che dica di essere l’ultimo discendente di Davy Crockett, per scoprire poi, magari, che lo sia davvero.
Con le Ultime notizie dal Sud, Luis Sepulveda ci fa rivivere un emozione che, prima o poi, nel subconscio torna a riaffiorarci: l’emozione di sentirci non al di sopra delle parti su questa terra, ma parte, insieme ad ogni altro elemento, di essa.
Il suo Sud è il mondo ancora esistente, ma che va via via scomparendo, della Patagonia. Una terra molto ambita da chi l’ha pensata per sfruttamenti minerari, ma che per una sorte miracolosa è riuscita a giungere ai giorni nostri ancora, in parte, intatta.
Non si tratta di un romanzo, ma della summa del diario di viaggio del suo autore, corredato con le foto del suo accompagnatore e amico Daniel Mordzinski. Ovvero, se si preferisce, è un insieme di immagini corredate da lunghe didascalie, che contengono aneddoti, interrogativi rimasti aperti e tante prove di vita.
Comunque lo si voglia vedere, dall’una o dall’altra parte, è pur sempre un’opera del cuore, che va dritta al cuore.

martedì 16 ottobre 2012

Francesca Melandri, “Più alto del mare”.


Era da un po’ di tempo che cercavo con lo sguardo sugli scaffali delle librerie una nuova opera di Francesca Melandri, dopo l’interesse che aveva destato in me il suo primo romanzo, “Eva dorme”. Finalmente l’ho trovata.
E’ bello ritrovare lo stile di un autore che si conosce già. Anche quando non ti è entrato nelle vene e non ti ha fatto impazzire. Quel che desta maggiore piacere in te, infatti, è l’idea che la rappresentazione di un fatto possa essere espressa da migliaia di persone, ma che qualunque di queste la riproporrebbe a suo modo, in maniera più o meno incisiva, più o meno riconoscibile, ma pur sempre unica.
E, bello è stato per me ritrovare lo stile della Melandri che, oltre a differenziarsi da quello di tutti gli altri autori, spicca per la sua apparente semplicità e linearità, celando appena, per non apparire pesante, un’attenzione, che invece sembra essere quasi maniacale, alla singola parola.
Anche per tale ragione, le 240 pagine scarne che dividono la prima dall’ultima pagina non si presentano come un modo semplicistico per portare a termine una favoletta da quattro soldi in cui taluno, se vuole, può ritrovare qualche recondito significato. Tutt’altro, a me sembra, anzi, una volta di più, un modo per evitare di allungare il brodo con giri di parole che, quando non risultino stancanti, possano persino deviare il lettore dall’attenzione che invece dovrebbe rivolgere al significato delle parole usate.
La vicenda narrata, nella sua essenza, non è molto originale: un uomo e una donna fanno la loro conoscenza e scoprono di avere in comune più di quanto l’apparenza non lasci immaginare. Quel che la rende, invece, originalissima, è la circostanza in cui i due protagonisti si incontrano e la, pur breve, e quasi inevitabile, avventura che li vede compartecipi.
A questo punto, non mi voglio sbilanciare ad aggiungere altro, per non privare il lettore del piacere di scoprire quel che si nasconde fra le righe del romanzo. Torno, invece, a dir di ciò che l’uomo e la donna hanno in comune, perché si tratta di un sentimento sublime, di cui entrambi avvertono la necessità e che ritrovano nell’altro, quasi come una manna venuta dal cielo a risollevarli dalle loro pene. Per qualcuno si tratterà di amore, per qualcun altro di una grande e vera amicizia; non lo sapremo mai, a meno di non conoscere una continuazione del bel romanzo. Quel che certo è che ciascuno di loro, reciprocamente, sazierà il proprio desiderio di comprensione.

giovedì 11 ottobre 2012

Romana Petri, “Ovunque io sia”.

Libri così non se ne scrivono più. Libri, intendo, che racchiudono l’epopea di una famiglia attraverso tre generazioni nel corso di un intero secolo e che entrano dentro la vita dei loro personaggi al punto tale da sondare fin ogni più piccolo particolare del loro carattere, da cercare la ragione del loro essere e da spulciare fra le trame della loro mente.
Libri così lasciano esterrefatti il lettore, lo ammaliano e lo sfiancano al tempo stesso; lo privano persino della possibilità di intervenire con una propria filosofia e immagine della vita ad interpretare quella degli altri. Con sapienza, però, e un po’ d’audacia, ben presto offrono al lettore anche le loro pagine mancanti, dove quel che non è scritto può essere cercato altrove e se da nessun’altra parte se ne riescono a trovare le tracce, può essere finalmente immaginato.
In genere, non mi lascio conquistare tanto facilmente dai libri voluminosi come questo, che di pagine ne conta oltre seicento, specie quando non ne conosco l’autore, ma questa volta, forse perché invitato da una sana curiosità sulla storia di un paese come il Portogallo, di cui si parla pochissimo, la scelta del libro è stata pressoché spontanea. Dopo aver dato una scorsa alla quarta di copertina, infatti, credevo che avrei affrontato un romanzo storico per eccellenza, in cui accanto ad una trama frutto della fantasia del suo autore sarebbero emerse le vicende e le ideologie che hanno accompagnato il Portogallo per buona parte del XX secolo. Immaginavo, in particolare, di potermi addentrare nei meandri del regime di Salazar così come fra gli ideali e i movimenti sovversivi che avrebbero portato alla cosiddetta rivoluzione dei garofani.
Invece, non senza sorpresa, mi sono trovato fra le mani, come dicevo, la storia di una famiglia. Una famiglia come tante. Con i suoi momenti di gioia e i suoi dolori. Con le verità tenute nascoste e le incomprensioni che nascono fra chi si vuole bene e non sempre sa esprimere i suoi sentimenti. Con i drammi che si portano avanti per tutta una vita ma a cui si finisce col farci il callo o, quanto meno, che si finisce col sapere affrontare dal verso più giusto. Una famiglia, cioè, che avrebbe potuto o che potrebbe esistere in molte altre parti del mondo che non siano solo il Portogallo.
La storia del di questo paese, i luoghi che lo contraddistinguono e le sue usanze, insomma, sono ridotti all’osso, ma la sorpresa, pur se vissuta inizialmente con dispiacere, ha saputo conquistarmi a poco a poco.
Fortemente introspettivo, il libro affronta i temi sempre attuali come quelli del mistero della morte e dei rapporti familiari, con particolar riguardo a quelli fra le madri e i propri figli.
A tratti duro, a tratti velatamente critico, non monta mai in cattedra, pur quando addita il lettore come uno responsabili del cattivo uso dei sentimenti e delle capacità umane nella società moderna. A tratti sembra non potere non risentire dell’esperienza d’una vita vissuta e raccontata man mano che i pensieri e le sensazioni si siano accumulate una sull’altra. Forse l’esperienza della sua stessa autrice. E magari chi lo sa se, almeno in parte, non sia davvero così. Diversamente, al plauso che va fatto alla sensibilità e capacità di far entrare il lettore nella vita dei protagonisti dovrebbe aggiungersi anche quello di aver saputo, prima ancora di scrivere, immaginare un fiume in piena di moti dell’animo, da inframmezzare solo con quasi accennati ma significativi eventi.

mercoledì 26 settembre 2012

Monika Peetz, “La quinta costellazione del cuore”.


Intendiamoci: il fatto che l’editore lo ha lanciato in Italia sottolineando che il libro si è imposto come un vero caso editoriale, “per il suo successo spontaneo e inarrestabile”, non vuol dire che è o deve essere inteso come un libro di chissà quale spessore. Significa semplicemente che in tanti lo hanno comprato, senza che se ne dica la ragione. Ma la ragione, a mio giudizio, sta nel fatto che il libro è divertente e si presta ad essere letto da una vasta schiera di gente, senza vantare alcuna pretesa di assurgere a gran monumento letterario.
Questa precisazione iniziale era doverosa, perché leggendo in giro i commenti di tanti che lo hanno letto prima di me, ho intuito un senso diffuso di delusione, dato che non vi è nulla di originale o accuratamente rimaneggiato nei temi che pur vengono affrontati, che sono l’amore, la fedeltà, l’amicizia e il rispetto.
E’ la storia semplice e senza tanti fronzoli di un viaggio fatto da un gruppetto di cinque amiche, che ha l’abitudine di riunirsi ogni martedì in un ristorante di Colonia. Un viaggio particolare: il pellegrinaggio verso Lourdes, nel corso del quale la personalità di ognuna viene fuori con prepotenza, scontrandosi e confrontandosi con quella delle altre. Le amiche si trovano, infatti, quasi senza riflettere abbastanza, a convivere a stretto contatto fra loro, in un contesto nuovo, per loro tutt’altro che congeniale e assolutamente inimmaginabile.
Loro sono una mamma perfetta, molto apprensiva e inibita; un’avvocatessa di grido, acuta e apparentemente priva di emozioni; una caduta dalle nuvole che, per di più, vive la sofferenza per la perdita prematura del marito; una giovane ma non più giovanissima, che insegue il sogno di diventare qualcuno nell’azienda in cui lavora; ed una perfetta amante delle frivolezze, del lusso e delle comodità. Con loro si sono portate dietro poco o niente, ma in quel poco hanno messo un sacco enorme di problemi familiari o della vita di ogni giorno e dai quali riescono a staccarsi solo a fatica e non subito.
Nel lento procedere del viaggio, fra un piede dolorante e un chimelhafattofare si creano malintesi, scrupoli, indecisioni, azzardi e offese personali. In una parola, cresce e si impone la commedia. A tratti, la lettura diventa quasi esilarante e, per quel che più piace, senza mai scadere nella volgarità.
Sembra che presto vedremo al cinema la trasposizione di questo libro brillante. Se così sarà davvero, sono certo che il successo arriverà anche nelle sale cinematografiche.
Io avrò voglia di vederla, mentre, nel frattempo, non posso che unirmi al passaparola che ha contribuito tanto a fare accrescere il successo del libro.

Jorge Molist, “Promettimi che sarai libero”.


E’ un romanzo storico, questo non lo si può negare, anche se i grandi eventi che hanno rivoluzionato il mediterraneo sul finire del XIV restano in un secondo piano, toccando quasi incidentalmente le storie dei protagonisti. Molti sono i riferimenti agli usi, agli attrezzi ai manufatti dell’epoca, alle leggi vigenti ed alle abitudini della gente, ma anche in tal caso tutti questi dettagli assumono il valore di nozioni e poco entrano a far parte degli intrecci narrativi.
Inevitabile è il raffronto con la cattedrale del mare, di Ildefonso Falcones, non soltanto perché la storia appare del tutto analoga a quella del bastaixos Arnau e si svolge nella stessa città, Barcellona, nella stessa epoca storica, XIV secolo, ma anche perché lo stesso editore, forse allo scopo di attirare l’attenzione del pubblico sul libro, lo ha lanciato come l’opera che segue naturalmente, e forse vorrebbe completare, la Cattedrale del mare, appunto.
Dal raffronto con quest’ultima opera, però, ne esce assolutamente con le ossa rotte, sembrandone una sintesi poco fantasiosa, poco pregna di particolari, poco emozionante e sensibilmente meno appetibile.
Certo è che, chi vuol passare un po’ di tempo, distraendosi dalla routine quotidiana, può trovare un questo romanzo un passatempo avvincente.
Niente più di questo. Da parte mia, almeno.

Mauro Corona, “La casa dei sette ponti”.


Se il treno vi sta riportando a casa dopo le vacanze o state aspettando un amico e siete pronti già da un pezzo e non sapete come ammazzare il tempo, ecco il libro che fa al caso vostro. Riuscirete a leggerlo tutto d’un fiato forse in poco più di un’ora, ma sarà già un tempo sufficientemente lungo per farvi estraniare dalla realtà che vi circonda.
Come sempre in tutto ciò che è scritto da Mauro Corona, quel che prevale non è la sottigliezza del pensiero, che faccia perciò emergere il raffinato senso di intendere le cose da parte del suo autore, né l’eleganza dello stile o l’accuratezza degli intrecci della fabula, nel quale è bello immergersi a lungo prima di conoscere il finale. No, non prevale niente di tutto questo, quanto semmai la semplicità, a volte persino disarmante, con cui la narrazione viene portata avanti.
Un industriale della seta toscano, capacissimo nel suo mestiere, tanto da essere sopravvissuto all’ingresso dei cinesi nel mercato, quando quasi tutti i suoi conterranei hanno fallito, si ammala di curiosità. La curiosità di sapere cosa c’è e chi vive in una casetta isolata e semi-diroccata che incontra quando percorre le valli interne dell’Appennino tosco-emiliano che conducono ai luoghi della sua infanzia.
La curiosità sarà così forte da trascinarlo in una specie di sogno ad occhi aperti, in cui ripercorre le sue origini, rivede la sua nascita e la via che lo ha condotto a diventare quel che è, ma soprattutto rimane sorpreso nel vedere quante cose ha lasciato alle sue spalle ingiustamente. Nel suo viaggio onirico, rivive la sintesi della sua vita e ritrova la forza per tirare fuori dal proprio cuore il rammarico, la nostalgia e soprattutto il coraggio di ammettere di avere intrapreso, a causa di un demone, di cui il libro tace, ma che potremmo chiamare qui, a nostro uso e consumo, per semplicità, successo, denaro o potere, una via che non gli competeva. In tal modo, per sua scelta, infine, agli occhi del mondo, fallirà anch’egli come gli altri industriali della seta, cedendo il passo all’industria cinese, ma intimamente otterrà una ricompensa morale che lo appagherà più di quanto il denaro, il successo e il potere non erano riusciti a dargli finora.
Un racconto breve che ho già detto essere tanto semplice da risultare disarmante, ma, aggiungo ora, anche tanto fermo da non lasciare spazio a diverse soluzioni. Forse poco originale, ma sicuramente non banale come alcuni hanno commentato qua e là sul web e dai quali mi dissocio apertamente.

Umberto Eco, “Il nome della rosa”.


Era da un bel po’ che non leggevo un libro, per cui, quest’estate, avendo finalmente ritrovato il tempo per farlo, ho voluto riprendere alla grande, andando a sceglierne uno di quelli, che non sono neanche pochi, che prima o poi nella vita tutti dovrebbero leggere. Così la mia scelta è ricaduta sul Nome della rosa, di Umberto Eco.
Premetto di essere stato uno dei tanti ad avere visto e rivisto il film, amandolo ogni volta di più, ma devo anche dire che la lettura del libro - come quasi sempre avviene quando si fa il raffronto tra i due generi di opera - è stata una cosa ben diversa, più suggestiva, ma anche più densa di riferimenti storici, di riflessioni dei protagonisti e di spunti di riflessione per i lettori. E’ vero che, leggendo, sentivo echeggiare nella mia testa la voce del (doppiatore del) grande Joan Connery (che, per chi non lo sapesse, ha indossato, forse nella sua interpretazione in assoluto più brillante, le vesti di Guglielmo da Baskerville, protagonista principale del romanzo) e rivedevo in ogni personaggio i volti che mi erano già noti dalla pellicola, ancorché non rispondessero esattamente alla descrizione che se ne trova sul libro, ma è anche vero che il romanzo, oltre ad essere un vero e proprio giallo, ben costruito ed avvincente, è anche e soprattutto, una fonte ricchissima di informazioni e al tempo stesso di interrogativi e moniti per tutti quelli che han sempre creduto (o preferito credere, per comodità) che la storia sia quella che si legge nei libri di scuola e che nulla di ciò che là si apprende possa essere soggetto a critiche o a diverse interpretazioni.
Il racconto si svolge interamente all’interno di un convento benedettino del Nord Italia, quasi al confine con la Francia, sede di una delle più ricche biblioteche dell’antichità, ove frate Guglielmo da Baskerville viene incaricato di scoprire cosa si cela dietro le morti di alcuni monaci, avvenute misteriosamente nel giro di pochi giorni.
L’epoca è il XIII secolo, periodo contrassegnato da accesi contrasti all’interno della Chiesa cattolica, dovuti soprattutto all’intensificarsi di quell’ideologia (che ha fra i maggiori esponenti San Francesco) secondo cui la Chiesa di Cristo debba pensare a curare la salvezza delle anime, disinteressandosi dei beni materiali e senza doversi necessariamente ricoprire di ori ed ingenti ricchezze. Ideologia che viene avversata da un potere trasversale che, se formalmente fa capo unicamente al Papa, di fatto, conosce una congerie infinita di interessi e poteri forti che, diversamente, se la si lasciasse prendere corpo, finirebbe per sgretolarsi.
Nel contrasto, nei dibattiti e nelle lunghe dispute che ne nascono, però, minaccia di insediarsi l’anticristo, il germe che spiana la strada al diavolo, consentendogli di venire a governare le cose del mondo. E’ pur vero che c’è chi intuisce una tale evenienza, ma anziché gettare acqua sul fuoco, paventandone i rischi, ne approfitta per dar man forte alle sue convinzioni. O necessità. Nasce così, o meglio, si sviluppa a macchia d’olio nello stesso periodo la santa inquisizione. La giustizia divina, affidata agli uomini del Papa, per individuare in tutti coloro che si rivelino contrari ai dogmi divini (o meglio, della Chiesa) tracce di eresia e li condanni al rogo (il vero miracolo è che San Francesco non sia mai stato trattato da eretico!).
Il tema centrale del romanzo è, allora, proprio l’anticristo. Centrale, ma per niente unico o preminente nel romanzo. Il lettore non può non finire con l’indugiare a lungo, anch’egli, come già fanno i protagonisti della storia, sulle diverse forme in cui l’anticristo si manifesta e sui luoghi in cui possa appalesarsi, giacché comprende con  Guglielmo da Baskerville che per sbrogliare la matassa di dubbi e misteri sulla causa e l’autore degli omicidi che avvengono all’interno del convento, ci si deve prima interrogare sulla sua reale portata e se per caso nulla si è fatto nella propria vita per agevolarne l’avvento.
Un romanzo che non spetta a me dire unico, per la sua capacità di appassionare il lettore pur conducendolo in argomenti di non sempre facile comprensione o che siano semplici e scontati, ma che voglio ugualmente celebrare per l’alto prestigio che ha dato alla letteratura italiana. Anzi, anche in forza di quest’ultima annotazione direi che sarebbe certamente degno di sostituire “i promessi sposi” sui banchi di scuola, senza mai fare rimpiangere il vecchio e caro Manzoni.

venerdì 3 febbraio 2012

Melania Gaia Mazzucco, “Vita”.

Vita. Ma forse si dovrebbe dire, Vita e Diamante. Perché il libro racconta le vicende che accompagnano, soprattutto nella loro prima giovinezza, due ragazzini, che si chiamano, appunto, Vita e Diamante, nati a Tufo di Minturno, un paese che, per quanto sconosciuto, nel romanzo diviene quasi leggendario.
Tufo, non è, come pensavo inizialmente, il frutto della fantasia dell’autrice, ma esiste realmente, anche se è un punto infinitamente piccolo, incastonato fra i Monti Aurunci, Roccamonfina e il Golfo di Gaeta. La maggior parte del romanzo, però, quasi per uno scherzo del destino, si svolge altrove, in un paese infinitamente grande e infinitamente lontano, dove i due, insieme a decine di compaesani e migliaia di altri conterranei vanno a cercare fortuna.
E’ il 1903 quando tutto ha inizio e la terra che li ospita, pur essendo inospitale, è l’America. Vita e Diamante dimenticano presto chi sono e da dove provengono, perché quando sbarcano sono poco più che bambini. Quel che gli rimane non è altro che un ricordo sbiadito e mitizzato delle loro origini, che si alimenta con le notizie passate di bocca in bocca, provenienti dall’altra parte dell’Oceano e che, il più delle volte, vengono filtrate dalle voci dei giornali, che non fanno altro che glorificare l’America a discapito del vecchio continente.
Crescendo, Vita e Diamante si innamorano, ma il destino li tiene divisi. Il destino, però. Solo quello. Perché il loro amore è talmente grande da superare ogni cosa, perfino i decenni che li tengono lontani. Nel frattempo, emerge il loro istinto di sopravvivenza, mentre il mondo intero è impegnato a inventarsi nuove forme di economia (da quella domestica a quella nazionale), grazie anche alle nuove tecnologie, e a ricostruirsi, purtroppo, a causa delle guerre.
Con “Vita”, che si è giustamente meritato il premio Strega nel 2003, l’autrice ha dato la luce ad un’opera di certo non originale, ma di cui non ci si finisce mai di stancare. Una vera e propria enciclopedia della memoria degli italiani finiti a cercare fortuna in America all’inizio del ventesimo secolo. Un’opera che colpisce per la quantità di particolari, anche più piccoli e apparentemente insignificanti, oltreché di notizie vere, il più delle volte drammatiche, che hanno conosciuto gli italiani d’America e quelli che vi hanno fatto ritorno, prima di divenire quel che sono oggi.
Nella memoria delle poche persone che occupano la scena, rivive la memoria di un intero popolo, senza il filtro della coscienza dovuta agli eventi successivi della storia. In ciò sta la grandezza e il fascino di questo libro, che non giudica e non si schiera, ma racconta come eravamo, senza nemmeno lasciarsi illanguidire da una probabile, tangibile e pur inafferrabile chance che la storia ci ha voluto offrire.

martedì 20 dicembre 2011

Diego De Silva, “Sono contrario alle emozioni”.

Chi ha già letto “non avevo capito niente” e “mia suocera beve”, di Diego De Silva, avrà piacere di ritrovarsi a tu per tu con l’avvocato Vincenzo Malinconico, a sentirsi il destinatario dei suoi racconti, delle sue storie e dei suoi aneddoti, condotti sempre con fare critico verso tutto e verso tutti, in modo sfacciato e a volte sboccato, specie quando nel mirino ci sono le ipocrisie, i mezzucci ed i luoghi comuni. Questi ultimi caratteri della società, infatti, provando a sintetizzare il pensiero di Vincè (come anche io ormai mi prendo la licenza di chiamare Vincenzo Malinconico), finiscono per spiazzarti, se il tuo modo di fare segue più l’istinto che non una ragione forgiata al tavolo delle convenzioni.
Ma in “sono contrario alle emozioni” l’autore supera sé stesso: l’atteggiamento sfrontato e distaccato del protagonista cede il passo, infatti, ad un male oscuro, apparentemente ingestibile, che rischia di sopraffarlo, perché - le strade del Signore sembrano essere infinite - persino lui, che fin’ora aveva mostrato di tenere alla sua integra essenza sopra ad ogni altra cosa, sembra scivolare nel vortice delle sue stesse critiche e a non saperne più riemergere. E per ciò non bastare ancora, per cercare di venire fuori dalla situazione di stallo in cui si ritrova, compie il gesto che più di tutti da lui non ci si sarebbe immaginato: si affida ad uno psicoanalista.
Naturalmente, conoscendo il tipo, da principio, l’approccio con l’altro ha tutta la parvenza di una disputa polemica, di una battaglia in cui, senza giudicare quello che fa il suo mestiere, il caro Vincè si sente costantemente sfidato e para i colpi e di rimando gli lancia continue provocazioni. Ma qualcosa non sembra andare per il verso giusto: o il dottore ne sa una più del diavolo o forse c’è qualcosa veramente in Vincenzo che non va come dovrebbe andare.
L’intero libro, che ha pochi tratti del romanzo, mancando prima di tutto dell’aspetto narrativo, è il dialogo, anzi sarebbe più corretto dire, il monologo del protagonista che si rivolge direttamente al lettore per parlare di sé stesso. Del resto, il lettore, proprio come in una seduta psicoanalitica, non potrà che limitarsi ad ascoltare i fatti che hanno dato vita e godimento al paziente che ha appena posto in dubbio sé stesso, salvo esprimere il suo verdetto alla fine, dopo che ha voltato l’ultima pagina. Nel mio caso, se proprio lo volete sapere, il soggetto è ben sano, ma farebbe bene a non preoccuparsi troppo delle conseguenze dei suoi gesti.
Un’ennesima brillante, prova di coraggio per De Silva che affida all’avvocato Malinconico il ruolo, certamente non facile, di dissacratore. Entusiasmante per lo stile, ricorrente nei tre libri che sono dedicati all’avvocato napoletano, in cui persino un pensiero che ci può occupare la mente per un tempo non superiore al centesimo di secondo viene analizzato al rallentatore, scandendolo in ogni suo passaggio, sul quale viene poi calato il microscopio della mente di un personaggio geniale (provare per credere).
L’unica pecca, perché una almeno gliela devo trovare, è che il libro sembra destinato unicamente a chi conosce già le traversie di Vincenzo Malinconico. Anche se sono convinto che a ciò si possa facilmente trovare rimedio

mercoledì 7 dicembre 2011

Goce Smilevski, “La sorella di Freud”.


La letteratura internazionale ha conosciuto un nuovo grande autore: Goce Smilevski. C’è addirittura chi (come Joshua Cohen) lo ha già definito “erede di Gunter Grass e José Saramago”. Ma a parte la lungimiranza del commento, quel che rimane certo è che il suo primo romanzo, “la sorella di Freud”, oltre ad essere stato già un successo in mezza Europa, ha tutte le credenziali per essere annoverato come una vera grande opera.
La narrazione ha inizio con la fine della vita di Adolfine, una delle quattro sorelle di Freud, l’unica che non ebbe figli e che non si sposò. La morte di Adolfine è annunciata, dato che si trova reclusa in un campo di concentramento e ha da poco varcato la soglia delle ormai tristemente famose “docce” con cui il regime nazista ha inteso ripulire il mondo dagli ebrei. Da quel momento, prende piede la rievocazione della sua intera vita.
Ma la vita di Adolfine, da lei narrata in prima persona, non è altro che l’imbastitura dell’intero romanzo. E nemmeno alcuni eventi storici e drammatici, come la grande guerra e la deportazione ebraica che, da principio, sembrano dover occupare la scena, ne costituiscono il leitmotiv, recedendo presto ad elementi indispensabili e determinanti, ma non decisivi. Il vero scopo dell’opera, infatti, è di meditare sulla complessità della psiche umana. Ciò che vien fatto, peraltro, riuscendosi a portare a termine, con indiscutibile successo, il difficilissimo compito di mettere in chiaro i fondamenti delle scienze che la studiano, come la psicologia e, non a caso, la sua più nota corrente, ossia la psicoanalisi, illustrandone al lettore le prime sensibili conquiste. Facendolo altresì calare nella mentalità dell’epoca in cui esse furono ottenute, non senza sottrarlo alle difficoltà che le stesse incontrarono, a causa delle ritrosie e ai retaggi culturali dovuti, finanche, ad una scienza fondata su credenze popolari.
Non è una lettura leggera. Lo si comprende subito, sin dalle prime pagine. Ma proprio per questo, si apprezza maggiormente la scioltezza del linguaggio adoperato, pur dove vengano affrontati argomenti affatto complessi.
Accanto alla rievocazione storica di una vita singolare, dalla quale peraltro trapelano, non di rado, spunti di riflessione che la portano ad essere paragonata a quella di tanti altri, se non altro per coglierne le differenze, poi, trova spazio anche l’ideologia d’una società borghese che si forma e si sviluppa a dispetto delle guerre e delle convenzioni incancrenite dalla paura di guardare oltre le abitudini conclamate e mai contestate.
Personaggi rimasti illustri nella storia viennese a cavallo fra l’800 ed il ‘900 si alternano ad altri che hanno vissuto al loro fianco e ad altri ancora frutto della fantasia dell’autore, in un andirivieni che ha come unico filo conduttore, come epicentro d’interesse, l’origine della loro personalità. Del loro “io”. Fra gli altri, inutile dirlo, un ruolo, anche se non fondamentale, o meglio, non diretto, è lasciato al padre della psicoanalisi, il quale, peraltro, non sempre è rappresentato come affidabile e integerrimo. A volte, anzi, l’autore sembra volerlo persino deridere, lasciando sfuggire un sorriso amaro a chi ne ripercorre le gesta. Ma anche questo non è che un modo, io credo, per non far dimenticare che sulla psiche umana non vi è, né vi può essere, alcuna certezza.
Un libro da non perdere. Un autore da tenere d'occhio.

venerdì 2 dicembre 2011

Benedetta Cibrario, “Lo scurnuso”.

Di Benedetta Cibrario ho letto tutto. Almeno, tutto quel che di lei sembra essere stato pubblicato. Ossia, tre romanzi. Tutti editi Feltrinelli. Uno più bello dell’altro. L’ultimo è “lo scurnuso”, uscito in sordina nel mese di novembre.
Lo scurnuso in napoletano è “chi tiene scuorno”, ossia prova vergogna, per sé stesso, per quello che ha fatto. E’ la persona che si identifica col sentimento che prova. Nel romanzo, lo scurnuso è anzitutto una statuetta. Una creazione meravigliosa di un giovane artigiano, che in essa ha voluto rappresentare la persona che si è presa cura di sé nella fase più critica dell’infanzia, ma che, strano a dirsi - specialmente in queste righe - non ha provato apparentemente vergogna quando l’ha mandato via di casa, non avendo più i mezzi per poterlo sostentare. Ma lo scurnuso del romanzo è anche una persona, Tommaso Jannacone, un “figuraro” napoletano che alla fine del ‘700 modella pastorelli per il presepe e altre statuette per la parte nobile e meno nobile della città, morto povero a causa della malattia che non gli ha più consentito di lavorare la creta. E’, dunque, l’uno e l’altro insieme.
La trama vuole che, quando nella vita di Jannacone l’avanzare della malattia cominciava a impedirgli di lavorare, si era fatto avanti l’orfanello Sebastiano, il suo apprendista, avuto come ricompensa per un lavoro fatto alle monache di Caserta, dimostrandosi subito capace dell’arte dei figurari. Dopo pochi anni, però, sebbene fra i due si fosse creato un rapporto stretto, paragonabile solo a quello fra un genitore e il proprio figlio, Sebastiano era stato dato come garzone in una bottega molto più avviata, in cui il suo estro e la sua bravura sarebbero servite molto di più. Di punto in bianco. Senza vergogna. Perché diceva Jannacone a Sebastiano che lì avrebbe imparato meglio il mestiere e, in quel tempo di carestia, col suo lavoro avrebbe guadagnato di più lui e avrebbe dato da mangiare anche a sé.
Il fatto è che Jannacone in realtà si era vergognato, e aveva provato dispiacere per il distacco, avendo dovuto solo recitare la parte di chi non presta ascolto ai sentimenti, per non intimorire il giovane e non fargli perdere l’occasione della sua vita. Sebastiano, dal canto suo, se ne sarebbe accorto tardi, troppo tardi, quando ormai quello era morto. Per ricordarlo, però, lo rappresentò come sapeva, con la sua arte, in una statuetta, afflitta dal dolore, con le mani fasciate e lo sguardo triste e chiuso in sé, appunto, come chi prova vergogna di ciò che ha fatto.
Dopo più di un secolo e per la sua bellezza, la statuetta passa per le mani di collezionisti di presepi, gente colta e sensibile che lo tiene, se non come il pezzo più pregiato, certamente come il più espressivo e bello della collezione. In pieno secondo conflitto mondiale, si afferma che, di sicuro chi lo aveva confezionato doveva avere avuto un gran talento, mentre il mistero sulla bottega da cui fosse giunto ne incrementa l’interesse. Nell’ignoranza sulle origini e la provenienza della statuetta, gli si attribuisce un nome, che non guarda al suo mestiere o alla sua condizione fisica, ma all’espressione del suo volto. Ed è per questo che sarà chiamata lo scurnuso.
Giunti ai giorni nostri, nel finale del libro, lo scornuso finisce nelle mani di un ricco cittadino, che pensa di fare cosa gradita regalandolo alla figlia, mentre lei sembra rimanere totalmente indifferente alla cosa.
Nonostante la sua brevità, il libro si lascia apprezzare, soprattutto per la sua eleganza e lo stile sopraffino di cui, oramai, l’autrice ci ha dimostrato essere capace. Fra le sue pagine, che corrono veloci come i piaceri più sublimi ci sfiorano la fantasia, si coglie un sincero omaggio ad un popolo antico e meraviglioso, singolare ed originalissimo, come quello napoletano, con le sue tradizioni, le sue leggende e la sua atavica vitalità, che attraversa le strade delle viuzze fino ad arrivare davanti ai cancelli di maestose dimore storiche reali.
Il posto d’onore, però, è lasciato alla bellezza e all’arte in generale, la sua scoperta, il fremito che sa generare, le invidie e il pizzico di follia che accompagna chiunque ne rimanga affascinato. Tutto ciò, forse, con l’unico rammarico di assistere, al giorno d’oggi, alla decadenza di una società in cui persino il bello viene assorbito dal concetto di ricchezza.

martedì 29 novembre 2011

Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”.

Quand’ero ancora a metà lettura del “mercante di libri maledetti”, mi sono imbattuto, per un caso fortuito, nelle voci di alcuni lettori che lo avevano già terminato e che storcevano non poco il naso, scambiandosi commenti fra di loro. Il mio dispiacere è stato grande, perché, arrivato al punto in cui ero, vivevo ancora nell’illusione di vedere intensificare gli eventi e complicare la trama, fino al punto da aspettarmi di veder divenire l’opera così come viene presentata (nella quarta di copertina): “enigmatica come Il nome della rosa” e “avvincente come I pilastri della terra”.
Le premesse, del resto, c’erano tutte, sebbene ogni azione complicante ed ogni nuovo nodo trovava presto la sua soluzione, svilendo un po’ la prerogativa di ogni thriller di accrescere il pathos ad ogni pagina ed incalzare il lettore, tenendolo sveglio la notte a sfogliare le pagine di un mistero che diviene sempre più buio e complicato man mano che va avanti. Per intenderci, mi aspettavo il colpo di scena che sovvertisse tutte le certezze acquisite fino a quel momento, oppure il colpo di genio che mettesse insieme tutto quel ch’era stato seminato fin lì e gli desse una nuova direzione. Invece la trama ha continuato ad andare avanti, liscia, senza offrirmi grandi suggestioni né suscitarmi particolari curiosità.
La storia si svolge in pieno medioevo, all’inizio del XIII secolo, epoca dei Comuni e delle grandi monarchie europee, ma anche età d’oro delle grandi cattedrali cristiane che, per venire edificate ed crescere di prestigio, richiedono ingenti risorse economiche alle masse. A tal fine, viene sempre più sfruttato il culto delle reliquie sacre, tanto che il periodo conosce un vero e proprio commercio, che spazia per tutto il mondo cristiano, da poco allargatosi per via delle crociate, di frammenti d’ossa o di vesti ed oggetti appartenuti a martiri, beati e santi.
In questo contesto si muove il mercante Ignazio da Toldo, uomo colto e tenace, protagonista della storia, il quale, dopo esser ritornato dalla Terra santa, viene coinvolto nella ricerca dell’unica copia conosciuta dell’Uter Ventorum. Con questo titolo si designa un libro a metà strada fra il sacro e il profano, la scienza e la religione, che viene visto, o meglio, viene idealizzato come il mezzo più diretto, ma, non di meno, immorale, per apprendere la stessa sapienza degli angeli ed, eventualmente, farne uso per accrescere il potere personale di chi lo legge.
La ricerca dell’Uter Ventorum parte da una iscrizione, suddivisa in quattro parti, che Ignazio trova sulla tomba del suo amico e ultimo possessore certo del libro, Padre Vivïen de Narbonne. Sulla scia di Ignazio e di due suoi fidati amici, che lo accompagnano in quell’Europa di cattedrali e facili suggestioni, però, c’è un gruppo di cavalieri che lascia morte e spavento ad ogni apparizione e che se ne vuole appropriare per primo. La ricerca diventa, quindi, quasi una fuga senza soste, intervallata solo dalle tappe forzate che l’enigma iniziale impone al mercante.
A fronte di una traccia che, davvero, appare suggestiva e avventurosa, mancano, però, purtroppo, un’appropriata scelta dei tempi, una ottimale caratterizzazione delle figure ed una più ampia ambientazione degli avvenimenti. E’ vero che si tratta di un’opera prima, ma personalmente, dopo aver anche appreso che il libro ha spopolato in Spagna, ov’è stato pubblicato prima che da noi, mi aspettavo di più, molto di più.
Peccato!

lunedì 21 novembre 2011

Alessandro Baricco, “Mr Gwyn”.

Negli ultimi due anni ho evitato di commentare un solo libro tra quelli che ho letto. Era Emmaus, di Alessandro Baricco. Non l’ho fatto volutamente, perché ne avevo avuto un’impressione negativa. Insomma, non mi era affatto piaciuto, e non mi andava di infangare il nome di uno degli autori che apprezzo di più. Ciò, senza dire che, leggendo qualche recensione qua e là su Emmaus, saltavano fuori sinceri apprezzamenti ed elaborate riflessioni che mi facevano capire, forse, di non essere stato io all’altezza dell’opera, di non averla ben compresa, e che dunque avrei fatto meglio a rileggerla, prima di dire la mia. E’ passato molto tempo, ma Emmaus giace ancora intatto dove l’ho riposto l’ultima volta. Nel frattempo, però, lo scorso 3 novembre, è uscito Mr Gwyn, che mi ha incantato. Mr Gwyn è un personaggio all’apparenza insondabile e dagli atteggiamenti inverosimili. Uno di quelli che, visti di sfuggita, vengono sommariamente bollati come asociali, alieni o, più frettolosamente, come pazzi. Più da vicino, però, divengono degli eroi, delle calamite da cui non ci si può staccare. Sono delle vere metafore viventi. Dei santi, perché hanno conosciuto la verità e non si aspetta altro che potersi abbeverare alla fonte del loro sapere.
Egli è autore di romanzi e vanta alcune pubblicazioni di successo sulla stampa periodica, ma arriva un giorno in cui decide di non volere più fare il suo mestiere, con grande disappunto del suo agente ed unico amico, e smette di farlo. Eppure, la smania per la scrittura lo coglie impreparato in ogni momento, finché non decide che qualcosa dovrà pur fare per poterla tenere a freno. Da ciò, nasce in lui l’idea di fare il copista, ma alla sua maniera. Decide cioè di copiare per iscritto la gente o, meglio, di farne dei ritratti che non prevedano tele, colori e pennelli, ma si rivelino attraverso la scrittura. L’esperimento sarà al tempo stesso un fallimento e una rivelazione, perché, da un lato, il suo intento di non volere più scrivere in forma creativa ed ingegnosa verrà, giocoforza, svilito e, dall’altro, ogni ritratto rivelerà l’essenza di ogni essere umano, che in sé non figura quale protagonista, ma come storia. La storia di un romanzo, di un racconto, di un’idea che vive nelle pagine di un libro raccontato da altri. Non una fine, ma un divenire proteiforme.
Nel crescendo che la storia incarna in sé, svolgono un ruolo fondamentale i due personaggi minori del racconto, aiutanti del protagonista a districare la matassa che porti infine allo scopo del romanzo. Si tratta dell’agente-amico e dell’assistente di quest’ultimo, Rebecca, i quali, contribuiscono anche ad alleggerire la prosa, rendendola adatta ad essere letta da chiunque, sia pur con spirito diverso. Inoltre, si assiste al tocco d’artista che dà vita e corpo ai pensieri del protagonista, facendogli assumere sembianze umane che fungono da sprono, da monito e da ultimo persino da compagnia.
Ho letto Mr Gwyn con vero piacere. Leggerlo è stato un po’ come tornare a casa, dopo un lungo viaggio attraverso i mondi più vari, perché lo stile inconfondibile di un maestro della letteratura contemporanea, qual è Baricco, mi è apparso subito evidente, sin dalle prime pagine. E poi ho ritrovato il suo fare accattivante che, nel coinvolgerti, ti porta a dire “si” al suo credo, alle sue regole ed al suo obiettivo finale.
Dunque, non mi rimane che dire, bentornato Baricco!

mercoledì 16 novembre 2011

Stefano Benni, “La traccia dell’Angelo”.

La traccia dell’angelo” è la storia del viaggio onirico, fantastico e drammatico al tempo stesso, in cui sprofonda Morfeo, il protagonista che, già all’età di otto anni, si trova per la prima volta a tu per tu con la morte. Nella notte di natale del 1955, infatti, al bimbo che aveva avuto appena il tempo di innamorarsi della neve che cade, dell’albero addobbato a festa, dell’attesa di aprire i pacchi regalo disposti ai suoi piedi, cade in testa una persiana, facendolo quasi schiattare. Anche se si riprenderà in poco tempo, questo evento sarà considerato, nel corso di tutta la sua vita, alla base dei suoi mali veri o immaginati. A questo scopo, nel racconto, i medici ignoranti e senza scrupoli divengono metafora di un mondo egoista e profittatore, in cui perfino le debolezze umane, le paure, sia pur passeggere o trascurabili, formano oggetto di speculazione economica.
E’ una sintesi rappresentativa del mondo d’oggi. Un quadretto a grosse pennellate in cui, quale unica e neanche misera, ma certamente realistica, consolazione, però, sembra esservi ancora spazio nella battaglia del bene contro il male. E’ un messaggio di speranza.
Morfeo impara a sue spese, che nella lotta fra il bene e il male, non può farsi affidamento su un essere superiore, fuori dalle parti, estraneo alla scena o, comunque, incapace materialmente di potervi intervenire, ma che si può dare quantomeno ascolto alla voce di un angelo buono. L’angelo buono non è deus ex machina e come tale non può modificare il corso delle cose, né può farsi sempre e comunque affidamento sulla sua presenza, tuttavia può segnare una direzione o, col titolo del libro, può indicare una “traccia”.
La traccia da seguire che l’angelo buono indica a Morfeo è quella di lasciare una sola goccia di sé in questo mondo, “una goccia in più che fa andare avanti il mondo”, che evidenzi le brutture del male, specie al raffronto con le buone conseguenze del bene, poiché - sembra dire - anche se una sola goccia risulta essere incapace di opporsi da sola al male, arriverà il giorno che tutte le gocce messe insieme potranno avere un peso tale da poterlo contrastare efficacemente. O, come dire, ancora, che il bene deve essere costruito e voluto da tutta un’intera collettività, se poi la stessa vuole goderne degli effetti. E, all’interno della collettività ci si deve spingere l’un con l’altro al bene delle cose, alla semplicità, alla negazione della prevaricazione del più forte, ai giusti equilibri fra le parti.
Con questa traccia (che può essere letta anche come un suggerimento, una linea guida, o per chi non vuol riflettere, anche un insegnamento), Morfeo si sveglia dal suo lungo viaggio onirico ritrovandosi di nuovo un bambino, nella notte di natale del 1955. Una persiana cade e per poco non lo colpisce in testa. La sua testa è salva e così anche la sua vita. Da grande potrà fare quello che desidera, raccontare delle storie ispirate al bene e metterle per iscritto. Sarà questa la sua goccia in più che fa andare avanti il mondo. Il suo contributo alla causa del bene.
Mi inchino di fronte all’autore che amo tanto, per averci regalato una sua ennesima perla, racchiusa in uno scrigno tanto piccolo ma, al tempo stesso, tanto ricco di spunti di riflessione. Non per ultimo, colgo con ammirazione quel tanto di autobiografico che sembra venir fuori fra le righe (Benni è nato nell’agosto del 1947 e nel natale del 1955 aveva otto anni), oltreché l’intento dell’autore reale di porsi in contatto diretto col lettore implicito, sottoponendo al giudizio di quest’ultimo la sua intera vita da narratore, inventore di favole e personaggi, nonché quello di farsi egli stesso angelo buono, indicatore d’una traccia, per chi lo sta a sentire.
Esemplare.

martedì 15 novembre 2011

Herman Koch, “Villetta con piscina".

Basta guardare le foto di Herman Koch per capire dal suo sguardo il sarcasmo sconfinato di cui è capace. Il suo stile è, infatti, disinibito e tale da raccontare la società moderna così come è, senza mezze misure e senza tanti giri di parole. In altri termini, alla vista di quelle fotografie, Koch appare come il pazzo a cui spesso gli autori fanno ricorso per dire cose che, altrimenti, sarebbe sconveniente rivelare; con l’unica, ma sostanziale differenza, che, in questo caso, il cosiddetto pazzo non è un protagonista della storia, ma il suo stesso autore.
Naturalmente, le mie parole non vogliono contenere nulla di offensivo, ma vogliono essere un plauso semmai ad una personalità talmente sicura e penetrante da riuscire a liberare la realtà persino dalle più piccole ipocrisie in cui ci troviamo tutti quanti immersi e delle quali abbiamo finito per non renderci più conto.
Villetta con piscina” è una prova lampante della personalità di chi lo ha concepito.
Il protagonista, Marc Schlosser, è un medico che recita, nel vero senso della parola, la sua parte. Conosce il suo mestiere e sa, quindi, che, ad esempio, se per una visita generica occorrono pochi minuti, a volte anche un solo sguardo, invece, per far colpo sul cliente e ottenere consensi e fama, servono almeno venti minuti e, se ciò non basta, anche la necessità di spingere le proprie dita in anfratti del corpo di certo poco eleganti. In tal modo il paziente ne risulterà entusiasta!
Marc racconta in prima persona la vicenda che ha maggiormente segnato la sua famiglia a far data da quando ha cominciato a frequentare un suo assistito, l’attore Ralph Meier, e sua moglie Judith. Può dirsi che il romanzo sia tutto una grande analessi (o, se si preferisce, un unico grande flashback), dato che i fatti sono avvenuti tutti prima di essere raccontati ed ora il narratore li sta rielaborando per una propria finalità strumentale. Infatti, Marc è stato convenuto innanzi alla commissione medica per rispondere della morte di Ralph Meier, dovuta alla degenerazione di una malattia che, presa in tempo, poteva essere curata. A lui, in sostanza, si imputano colpe che vanno ben oltre il mero errore medico.
Il racconto riporta i momenti di svago apparente che Marc e la moglie Caroline, con le figlie, Julia e Lisa, hanno trascorso l’estate precedente con i Meier e i loro figli, Alex e Thomas, ed in compagnia dell’amico regista Stanley Forbes e la sua giovanissima amante, Emmanuelle. Lì, trovano posto la fiducia tra coniugi e il tradimento, l’amore per i figli e la difficoltà di stabilire un contatto con loro, la cura dei propri cari e il desiderio di vendetta, ma sopra ad ogni cosa, domina la scena l’inclinazione umana a nutrirsi di apparenze.
Ralph si presenta agli occhi di Marc come un maniaco sessuale, Stanley un approfittatore del suo ruolo di cercatore di talenti, i figli tutti troppo piccoli per essere lasciati da soli, ma troppo grandi da risultare persino affascinanti agli occhi degli adulti o, peggio ancora, in certi casi, oggetto del loro desiderio. Caroline, Judith ed Emmanuelle impersonano il ruolo delle mogli felici, con nel cassetto, però, il sogno di trovarsi un amante che le possa capire.
E’ difficile aggiungere un pezzo in più, sia pur microscopico della trama, perché rischierebbe di rivelare la suspense che l’accompagna. L’autore, infatti, è stato tanto bravo da riportare, nelle prime pagine, l’epilogo della fabula, dedicandosi poi, nell’intera parte restante del libro, a scandagliare gli antefatti, prendendo spunto un po’ dagli avvenimenti ed un altro po’ dalle riflessioni a voce alta del suo protagonista. Tutto ciò, pretendendo una compartecipazione dal lettore implicito, al fine di poter giungere ad una conclusione che, altrimenti, si direbbe monca. Di certo, quel che si può dire, è che vi è un crescendo di avvenimenti ed un intensificarsi di fatti che tiene sempre alta l’attenzione e la voglia di sapere come andrà a finire.
Nel mio intimo sono convinto di aver letto un ottimo romanzo, come non se ne leggono di frequente. Così come - devo pur dire - ho trovato l’opera ben più apprezzabile del blasonato “la cena”, con cui l’autore si è fatto conoscere al grande pubblico e che al confronto, per quanto originale e penetrante, mi è risultato un po’ troppo artefatto e lento.

venerdì 11 novembre 2011

Brunonia Barry, “La ragazza che rubava le stelle”.

A quasi un anno dalla pubblicazione in Italia (ch’era stata del 25 novembre 2010) del nuovo romanzo di Brunonia Barry, quello che, per intenderci, è seguito a “la lettrice bugiarda”, che tanto aveva già fatto parlare di sé l’autrice, ho deciso anch’io di leggere “la ragazza che rubava le stelle”. Tanto ha venduto il libro e quindi, implicitamente, s’intende che tanto sia piaciuto, che in meno di un anno è già uscita la sua edizione economica (che poi è quella che ho acquistato io). Persino io, prima di leggerlo, ne ho regalato una copia ad una persona cara, sicuro di farle cosa gradita.
Ora, purtroppo, non mi rimane che contenere la mia delusione.
Zee è la protagonista del romanzo. Dal titolo e dalla lettura della trama che si legge sul risvolto di copertina, pensavo di immergermi in un’opera, magari non necessariamente profonda, ma di sicura suggestione. Non la riporto qui per esteso, ma voglio sottolineare a chi la sta già andando a cercare altrove (in mille e più siti internet, ad esempio) che, dopo il nome di Zee, risaltano le parole notte, silenzio, baia, molo, mare e, soprattutto… stelle, termine che ricorre anche nel titolo. Stride un po’, è vero, con la suggestione che tutti questi termini suscitano, il riferimento agli studi di psicologia di Zee, ma quando si legge che “il suicidio di Lilly Braedon, una delle pazienti più difficili di Zee, che ora fa la psicoterapeuta, la costringe a fare ritorno… al suo passato irrisolto”, sembra di potersi scorgere una porta aperta per immergersi interamente in quel mondo di sogno fatto, appunto, di notti, silenzi, baie, moli, mare e… stelle.
Invece, così non è. Anzi, a dirla tutta, per tutta la prima buona metà, se non per più, il libro è una specie di trattato di psicologia, peraltro anche un po’ lento e farraginoso, offerto al lettore in forma romanzata: Zee si interroga, anche con l’aiuto della sua capa, Liz Mattei, sul male che affligge Lilly Braedon, riscontrandone analogie con quello che aveva indotto la sua stessa madre, Maureen, al suicidio. Si convince così che quel caso clinico le potrà dare molte più risposte sulla sua vita e su quella di sua madre di quante non ne abbia ottenute dagli altri parenti e in particolare dal padre, Finch. A proposito di Finch, dopo la metà delle pagine, comincia ad assumere importanza la sua figura. Quest’ultimo, infatti, risulta affetto dal Parkinson ad uno stadio avanzato e Zee sente di dovergli stare vicino, pur se il momento della sua vita è davvero critico: sta per sposarsi con Michael e nel frattempo Lilly Braedon si è tolta la vita.
Da questo momento, inizia un vero e proprio nuovo romanzo. Anzitutto, con una semplicità quasi disarmante, si scioglie il rapporto con Michael e Zee intraprende una nuova storia sentimentale con Hawk, un uomo misterioso che, altrettanto misteriosamente, ha a che fare con Lilly Braedon. Poi, si avvicina sempre di più la figura di Melville, che fino a qualche tempo prima, era stato il fidanzato convivente (gay, evidentemente) di Finch e a cui Zee è sempre stata molto legata. Il tutto, come stavo accennando, però, ruota attorno a Finch, che ha bisogno di cure e dal quale Zee non si può allontanare tanto. Questa vicinanza, o forse è meglio dire, questa permanenza forzata nella vecchia casa paterna la porterà a dare un senso nuovo alla sua vita, forse anche un senso che aveva perso (come le stelle nel firmamento) o che non era mai riuscita a comprendere veramente.
L’unico merito del libro va dato alla trattazione, o tecnicamente, all’intreccio del romanzo, il quale, pur non brillando per estrosità, sembra rispondere a dei parametri matematici così perfetti da lasciare scorrere la lettura con morbidezza, nonostante il frequente uso di flashback e digressioni, ancorché non sempre necessari. A tempo debito affiorano azioni complicanti, che trovano soluzione col giusto ritmo e senza richiedere eccessive suspense. Inoltre, a ciascun personaggio è attribuito un ruolo che va a confluire in un unico finale, senza che ad ognuno di essi venga riservato un sia pur piccolo spazio per godere della propria unicità. Ma d’altra parte, dalla biografia dell’autrice si apprende che ha studiato, fra l’altro, scrittura creativa al Green Mountain College e nell'Università del New Hampshire e, perlomeno gli studi, dimostrano di esserle serviti a qualcosa.
E’ un libro che può certamente piacere ai tardo-adolescenti, in particolare a quelli che cominciano ad interrogarsi sull’origine del loro modo di essere.

venerdì 28 ottobre 2011

Santiago Gamboa, “Morte di un biografo”.

Un libro singolare, certamente, l’ultimo di Gamboa. Originale, se non nel genere, quantomeno nella trattazione. Sembra che l’eccesso di fantasia dell’autore abbia trovato sfogo fra le sue pagine, anche se dopo l’ultima, quando il frastuono rimbomba ancora nelle orecchie come una eco vicinissima, si comprende bene che ha ancora tante e tante pagine da colmare.
Superficialmente si direbbe che la trama è costituita da alcune storie che s’intrecciano, ma non è così. In realtà, in una parte del libro vengono raccontate, nel senso più puro del termine, alcune storie da altrettanti narratori; storie che, però, rimangono compartimenti stagni, con l’unica eccezione che, per un gioco dell’autore, tutti i loro protagonisti, chi prima e chi dopo, si ritrovano a mangiare un sandwich di pollo ed una coca light.
Un romanziere, che non pratica più la sua arte a causa di una grave malattia che lo ha tenuto fermo per due anni, viene stranamente invitato ad un congresso di biografi. Lui non ha mai rappresentato la vita di nessuno, ma decide di andare lo stesso. Il luogo del convegno è un albergo di Gerusalemme che offre ai suoi ospiti una grande accoglienza, anche se da fuori si ode sempre più vicino il ruggito di una guerra fra civiltà che non finirà mai.
Lì si incontrano i personaggi più singolari che accettano di raccontare le proprie storie vere, o quelle da sé conosciute, alla platea degli intervenuti. Fra le storie ci sono quelle di una pornostar italiana, quelle di due incalliti giocatori di scacchi avulsi dalla società, di un meccanico colombiano che, dopo essere rimasto vittima della malavita organizzata, decide di vendicarsi contro i suoi carnefici. E, poi, infine, c’è la storia di un pastore evangelico, José Maturana, un uomo dalle sembianze di un culturista rozzo e pieno di tatuaggi che, poco dopo aver narrato la sua singolare odissea che lo ha condotto dalla strada alla cabina di regia di un nuovo ordine religioso, muore in albergo in circostanze singolari.
In effetti, tutto lascia pensare che Maturana si sia tolto la vita, ma il protagonista della storia, il romanziere non biografo fermo ormai da tempo, non ne è del tutto convinto e, con l’aiuto di una giornalista, anch’essa con la sua storia, tutta da far nascere, e di un impiegato dell’albergo, indaga su ciò che di sé Maturana non ha detto o ciò che ha artatamente falsato. Forse in lui, infatti, sta tornando lo stimolo per la scrittura e, chi lo sa, forse sta nascendo l’ispirazione per la sua prima biografia.
Non è un noir né tantomeno un thriller o un poliziesco, ma incarna in sé un po’ dell’uno e un po’ dell’altro genere. Non è nemmeno un libro sulla guerra in Palestina o, più in generale, sugli orrori e le miserie della prevaricazione del più forte sul più debole, come non lo è sullo spirito umano e sull’importanza e la prevalenza dei sentimenti sui beni materiali. Eppure, il libro suscita riflessioni anche su questi temi. Io l’ho trovato bellissimo da leggere, mai stancante, anzi appassionante e, a tratti persino divertente. Sono rimasto affascinato dalla capacità dell’autore di dar voce a più personaggi per far loro raccontare la propria storia, col proprio linguaggio e i propri ritmi, e poi anche dal suo spirito apparentemente distaccato nel rappresentare la crudeltà che può presentarsi ogni giorno dietro l’angolo. Tuttavia, per i miei gusti personali, mi sarebbe piaciuto trarre in conclusione una morale più marcata.

mercoledì 19 ottobre 2011

Karl Ove Knausgard, “La mia lotta - vol. 2”.

Knausgard è tornato a parlare di sé. Lo aveva già fatto, concentrandosi nel rapporto avuto con il padre e le possibili conseguenze che aveva avuto nella sua vita. Ora la sua attenzione si è spostata al rapporto in essere con l'intera famiglia, quella costituita dalla seconda moglie e i figli, e con gli amici.
Ma la grande attesa che aveva preceduto l’uscita del secondo volume della mia lotta non è stata ricompensata. Devo dirlo subito. A malincuore.
Forse anche per questo non mi esalterò, come spesso faccio in queste pagine, a parlare dell’ultimo libro letto, perché non posso compiacermi col suo autore per avere portato al termine un’opera esemplare o, comunque, degna del suo nome, ma neanche sollevare una vera e propria critica.
Mi spiego meglio. Quel che nel primo volume era apparso maggiormente apprezzabile era il modo in cui l’autore era riuscito a fare emergere, e pure in maniera dolce ed apprezzabilissima, la sua filosofia di vita, non la sua vita né il suo modo di pensare o di apparire, quanto il filo di fondo che collega ogni suo modo di essere. Nel secondo volume, invece, tutto ciò non solo viene offerto con minore delicatezza, sembrando in certi casi, anzi, di assistere al vanto di Knausgard di essere tanto modesto, ingenuo, in un certo senso anticonformista e persino a volte burbero e insopportabile, ma a tratti persino l’idea di fondo, quella di cercare sé stesso e di farsi trovare (ch’era quasi poetica e amabile) si perde in rigagnoli sempre più abbondanti di dettagli sui fatti contingenti.
Mi si dirà che tutto ciò non risponde al vero e che, anzi, il secondo volume accentua l’aspetto interiore. Io sono del parere, però, che chi si attesti su queste convinzioni non ha di certo valutato che, nel primo volume, l’interiorità dell’animo non si apprende dalle parole espresse, ma si scova fra le righe, si desume da un contesto a volte anche molto complesso lungo decine e decine di pagine, mentre qui, nel secondo, viene apertamente rivelato senza neanche troppi giri di parole. E che, anzi, qui, le parole, le tante parole, si risolvono in un interminabile sproloquio senza soluzione di continuità, che stanca il lettore in quasi seicento lunghissime e fittissime pagine che non vengono nemmeno intervallate dalla divisione in capitoli.
Certo, non mancano i momenti più significativi ed evocativi d’uno stato d’animo che fanno tornare ad amare Knausgard, ma nel complesso risultano un po’ pochi o si nascondono fin troppo bene in un “sentire comune” che chi non appartiene alle popolazioni dell’estremo Nord Europa può solo appena percepire ovvero ancora subiscono l’inevitabile limite connaturato alle opere ricomprese sotto il comune denominatore di sequel.
Nel complesso, giudicherei il libro e il suo autore “rivedibili”, se non altro perché, dopo un inizio brillante e la prospettiva di altri quattro volumi al completamento dell’opera non può certo darsi un giudizio affrettato.

venerdì 30 settembre 2011

Siba Shakib, “Il sussurro della montagna proibita”.

L’egemonia conquistata da alcuni stati nel corso del ventesimo secolo, lo sappiamo tutti, è il frutto principalmente dello sfruttamento delle colonie e dell’ingerenza approfittatrice in paesi terzi. La splendida storia narrata nel sussurro della montagna proibita descrive la presa di coscienza da parte del popolo iraniano dell’uso distorto, egoista e usurpatore che proprio quei paesi, quali l’Inghilterra, la Russia e gli Stati Uniti d’America, hanno perpetrato in suo danno.
In realtà, la storia si presenta come un appassionante romanzo d’avventura che narra la lunga intera vita del suo protagonista principale, un uomo di origini umili e senza una prospettiva migliore di fare il servo della gleba, Eskandar. Egli nasce in un villaggio così povero del sud dell’Iran che non ha nemmeno un nome. E’ il 1901. Ancora giovanissimo, Eskandar si rende conto che il suo villaggio non è com’è rappresentato nei racconti degli anziani, ossia florido e con un fiume che lo attraversa; anzi, proprio la penuria d’acqua rischia adesso di farlo scomparire. Gli animali muoiono, i bambini si ammalano, le piante non crescono e il re sembra disinteressarsi di tutti questi problemi. Dapprima, gli abitanti del villaggio riferiscono la colpa della carestia e della miseria a sé stessi, dato che pensano che sia una punizione di Dio. Poi, solo dopo che, violando i precetti dei religiosi, Eskandar scala la montagna proibita e scopre che sul suo altopiano i farangi, ossia gli stranieri, stanno scavando buche ed hanno acqua e cibo a volontà, tanto da darne ai propri cani, si scopre che il vecchio fiume è stato deviato e che le cause della loro carestia proviene proprio da lì. Chi ha dato il permesso ai farangi di scombussolare l’equilibrio naturale nel quale era ricompreso il villaggio di Eskandar è il re, il quale, si è solo illuso di potere riceverne benefici, mentre, di fatto, è il primo degli sfruttati. Sull’altopiano della montagna proibita, vicino Abadan, nel sud dell’Iran, infatti, gli Inglesi hanno trovato il più grande giacimento di petrolio fino ad allora conosciuto, fondando l’Anglo-Iranian Oil company. Compagnia che di inglese ha le macchine e le risorse economiche e di iraniano la sola forza lavoro sottopagata. Inizia qui la vera avventura di Eskandar, che diviene dapprima amico per necessità dei farangi, per poi discostarsene e finire per odiarli, man mano che, nel corso della sua vita assume la consapevolezza di ciò che fanno ai danni del suo paese. Quelli, infatti, pur di ottenere per sé l’oro nero, hanno plasmato le genti in modo da farsi amare o da metterle in lite, al fine di fungere da liberatori, da guaritori delle lotte intestine. In ciò, peraltro, godendo dei favori dell’Iran stesso, per combattere il “nemico comune” per eccellenza, la Russia, anch’essa interessata ai giacimenti di petrolio. Eskandar fugge, diventa ricco, entra nelle grazie dei potenti e finisce di nuovo povero, in un divenire continuo in cui, da giovanissimo, diventa giovane, maturo, e poi anziano e stanco. Nella sua vita fa il cantastorie, mille mestieri artigiani, il fotografo e l’impiegato negli uffici di governo e persino la spia, ma quel che accompagna tutta la sua crescita sono le storie che la gente vive giorno per giorno; le storie che spiegano come l’ignoranza del popolo ha reso l’Iran succube dei paesi evoluti ed economicamente forti; le storie di un popolo che pur umiliato, sfruttato, involgarito dalle influenze esterne, imbarbarito dalle guerre alimentate da paesi stranieri per un suo esclusivo tronaconto, ha avuto sempre una grande coscienza sociale, ha sempre saputo rialzarsi e credere di potere ottenere la libertà, un governo ed un’economia propri; le storie che lui custodisce gelosamente, dopo averle scritte e rappresentate con fotografie, “affinché la memoria non venga perduta”, e che lascia in eredità ai suoi discendenti, perché sappiano bene da dove vengono e da chi si devono guardare. Intorno agli anni ‘50, quando sembra che il sogno iraniano diventi realizzabile, però, si profila all’orizzonte la più grande minaccia abbia mai subito: il sopraggiungere sulla scena degli Stati Uniti d’America.
Un libro già scritto nella storia, ma abilmente rappresentato dall’autrice. Encomiabile il modo di entrare nel vivo dell’animo del popolo iraniano attraverso la vita privata del protagonista, le difficoltà personali incontrate nel sentiero della vita, le conversazioni con la moglie, la figlia, la nipote, gli amici. Sullo sfondo le notizie vere di cronaca in cui si avvicendano il violento Reza Khan, il disgustoso Churchill, l’apostolo Truman, il pianificatore Roosevelt, il fantoccio Reza Pahlavi, il rivoluzionario Khomeyni e il presidente senza scrupoli, Bush.