Michael Owen viene assunto per scrivere “un libro tremendo, un libro senza precedenti, fatto in parte di memorie private, in parte di cronaca sociale, tutto mescolato insieme in una miscela letale e devastante”, ma quando gli viene dato l’incarico lui ancora tutto questo non lo sa. Lo apprenderà col tempo, conoscendo a poco a poco la famiglia Winshaw, i suoi segreti privati e le sue relazioni col mondo.
I componenti dell’ultima generazione della famiglia Winshow sono i simboli del potere, nelle sue diverse forme, nell’Inghilterra degli anni ’80. Politica, mercato azionario, produzione alimentare, armi, arte e informazione sono i luoghi in cui si esercita principalmente il potere e ogni Winshow trae profitto in modo quasi sempre illegale, poco trasparente e parassitario da ciascuno di tali settori, confidando nella carta vincente del sodalizio familiare.
Se, però, in un sistema che è fatto di corruzioni, ricatti e scambi di favori le armi si vendono con l’aiuto della politica, la produzione alimentare si incentiva con qualche ritocco sui mercati azionari e l’arte si riconosce solo dove la stampa che vale ne fa menzione, chi ne fa le spese è sempre e soltanto il popolo.
Mentre i personaggi accrescono la loro forza e le loro ricchezze in questo modo, dallo sfondo si vede accrescere il prestigio di Margareth Tatcher, il primo ministro inglese ricordato come la “dama di ferro”, per non avere avuto scrupoli nell’applicare le proprie leggi a svantaggio molte volte degli interessi delle masse, e sul fronte internazionale, si fa conoscenza con un certo Hussein, Saddam Hussein, che invece accresce la sua forza in Iraq, grazie alla complicità e agli aiuti degli Stati Uniti d’America, ai quali si affianca, per non essere da meno e per potere investire forze ed economie, l’Inghilterra.
Sebbene trovi un po’ d’imbarazzo a commentare l’opera, forse, più famosa di Jonathan Coe, solamente adesso, a distanza di diciassette anni dalla sua prima edizione, non posso tacere la meraviglia che ha suscitato in me quando ho ritrovato le capacità straordinarie dell’autore di mettere in scena un guazzabuglio di nomi, avvenimenti, pensieri, luoghi, dialoghi e chi più ne ha più ne metta, dedicandosi poi, con pazienza, per tutto il corso della narrazione, a districare i fili e sciogliere in nodi apparentemente più difficili, accompagnando quasi per mano il lettore, sino all’ultima riga, al bandolo della matassa. Non c’è un dialogo, infatti, che risulti semplicemente riempitivo o un dettaglio, anche banale, che non sia utile allo scopo finale. Tutto nell’accozzaglia troverà al termine il suo giusto posto e la sua corretta collocazione, come in un perfetto thriller che fa stare col fiato sospeso.
Autorevole, magistrale, unica, poi, è la capacità dell’autore di indugiare, quasi affondandovi, nei moti interiori dell’animo di Michael Owen, al quale, oltretutto, assegna in modo assolutamente originale il compito di essere anche il narratore per tutta la prima metà del romanzo, facendolo divenire poi, nella seconda parte, dopo un evento che non starò certo qui a raccontare (ma che ha un che di illuminante, almeno per Owen) un mero personaggio narrato.
La famiglia Winshow, come bene è stato detto, è un libro denuncia. C’è chi preferisce vederlo come una finestra sull’Inghilterra degli anni ’80, ma io preferisco concepirlo come un monito per le generazioni future, ancor più quando gli eventi narrati, seppur arricchiti da una notevole fantasia, tracciano la nascita di uno spirito prepotente ed egoista ancora ben noto al mondo contemporaneo e di cui, purtroppo, si conoscono anche le conseguenze, e nulla si fa per porvi rimedio.
martedì 25 gennaio 2011
giovedì 13 gennaio 2011
Michel Houellebecq, “La carta e il territorio”.
La carta è il territorio. Mi sono messo a pensare cosa avrei scritto di questo libro e non mi veniva in mente un buon inizio. Mi sarebbe piaciuto, infatti, cominciare dalla fine - dalla fine del romanzo, intendo - ma poi non riuscivo a immaginare come riemergere per riportarmi ai suoi primi capitoli. Eppure è tutt’altro che un ginepraio di trame intrecciate o una storia dai troppi personaggi che finiscono per confonderti le idee. Né richiede un’attenzione particolare in ordine ai temi affrontati. E’ semplicemente un romanzo. O forse due. Beh, l’ho detto e ora non posso più tirarmi indietro.
Dopo un breve prologo, il libro si divide in tre parti a cui fa seguito un lungo epilogo. Il prologo e le prime due parti raccontano il periodo più fortunato della vita di Jed Martin, artista grafico che conosce presto il successo e che diviene ricco sfondato grazie ad una serie di circostanze volute più, se non esclusivamente, da chi lo circonda e sa sfruttare l’arte pura delle sue rappresentazioni, che non da sé stesso. E’ l’unico periodo in cui Jed instaura dei veri rapporti sociali. Venuto da una famiglia in cui la madre si era tolta la vita ancor giovane e il padre era spesso assente per ragioni legate al suo lavoro, Jed cresce, infatti, solo, fino al momento, appunto, in cui comincia il romanzo.
Giunto alla terza parte, invece, il lettore ha l’impressione di aver cambiato libro. Improvvisamente si trova fra le mani un thriller, con ambienti e personaggi diversi da quelli narrati fino a quel punto. Il commissario Jacelin si torva a dover risolvere il caso più misterioso e sconvolgente che gli sia mai capitato nella sua carriera: un killer spietato ha mozzato la testa della sua vittima e del suo cane ed ha poi ridotto a brandelli i loro corpi, sparpagliandoli nella casa di campagna in cui ha commesso l’omicidio. Solo negli ultimi capitoli, la storia di Jed e quella del commissario Jacelin si incontrano, dando la svolta alle indagini che si attendeva.
Nell’epilogo, invece, la narrazione si sposta fin oltre il terzo decennio del 2000, ad osservare da lontano quel che è stato e quel che ne è adesso di Jed; di quell’artista dalle grandi risorse che fece tanto parlare di sé intorno al 2010.
Lo interpreto come un romanzo che vuole riportare l’arte e il pragmatismo nei loro giusti ambiti. Uno spaccato, certo non comune e non immediatamente accessibile, del mondo contemporaneo, nel quale si osserva come la propensione all’arte non è solo o necessariamente fonte di grazia e di successo, ma può essere anche un fardello odioso per chi ne viene coinvolto, quasi fosse una malattia inguaribile. E, infine, in cui si rammenta, con fare sottilmente polemico, come persino il gusto estetico - oltre, s’intuisce, a tanti altri valori - può risultare il prodotto di una moda indotta dalla capacità di persuasione dei grandi nomi della stampa.
Per concludere, voglio segnalare, perché la cosa mi è sembrata straordinariamente originale, che l’autore si è fatto personaggio del romanzo, apparendo e scomparendo, insegnando ed apprendendo, in uno spirito cupo, ma pregno di tensioni, che lo avvicina enormemente al protagonista Jed. Ciò, senza dir della (anch’essa più che originale) sorte che ha assegnato a sé stesso.
Dopo un breve prologo, il libro si divide in tre parti a cui fa seguito un lungo epilogo. Il prologo e le prime due parti raccontano il periodo più fortunato della vita di Jed Martin, artista grafico che conosce presto il successo e che diviene ricco sfondato grazie ad una serie di circostanze volute più, se non esclusivamente, da chi lo circonda e sa sfruttare l’arte pura delle sue rappresentazioni, che non da sé stesso. E’ l’unico periodo in cui Jed instaura dei veri rapporti sociali. Venuto da una famiglia in cui la madre si era tolta la vita ancor giovane e il padre era spesso assente per ragioni legate al suo lavoro, Jed cresce, infatti, solo, fino al momento, appunto, in cui comincia il romanzo.
Giunto alla terza parte, invece, il lettore ha l’impressione di aver cambiato libro. Improvvisamente si trova fra le mani un thriller, con ambienti e personaggi diversi da quelli narrati fino a quel punto. Il commissario Jacelin si torva a dover risolvere il caso più misterioso e sconvolgente che gli sia mai capitato nella sua carriera: un killer spietato ha mozzato la testa della sua vittima e del suo cane ed ha poi ridotto a brandelli i loro corpi, sparpagliandoli nella casa di campagna in cui ha commesso l’omicidio. Solo negli ultimi capitoli, la storia di Jed e quella del commissario Jacelin si incontrano, dando la svolta alle indagini che si attendeva.
Nell’epilogo, invece, la narrazione si sposta fin oltre il terzo decennio del 2000, ad osservare da lontano quel che è stato e quel che ne è adesso di Jed; di quell’artista dalle grandi risorse che fece tanto parlare di sé intorno al 2010.
Lo interpreto come un romanzo che vuole riportare l’arte e il pragmatismo nei loro giusti ambiti. Uno spaccato, certo non comune e non immediatamente accessibile, del mondo contemporaneo, nel quale si osserva come la propensione all’arte non è solo o necessariamente fonte di grazia e di successo, ma può essere anche un fardello odioso per chi ne viene coinvolto, quasi fosse una malattia inguaribile. E, infine, in cui si rammenta, con fare sottilmente polemico, come persino il gusto estetico - oltre, s’intuisce, a tanti altri valori - può risultare il prodotto di una moda indotta dalla capacità di persuasione dei grandi nomi della stampa.
Per concludere, voglio segnalare, perché la cosa mi è sembrata straordinariamente originale, che l’autore si è fatto personaggio del romanzo, apparendo e scomparendo, insegnando ed apprendendo, in uno spirito cupo, ma pregno di tensioni, che lo avvicina enormemente al protagonista Jed. Ciò, senza dir della (anch’essa più che originale) sorte che ha assegnato a sé stesso.
mercoledì 5 gennaio 2011
Jean Michel Guenassia, “Il club degli incorreggibili ottimisti”.
Mi ero trovato a indugiare sul titolo di questo libro e in particolare sull’aggettivo “incorreggibile” anteposto ad “ottimista”. Non avevo idea del perché fosse stato scelto quello e non, ad esempio, il suo sinonimo “inguaribile”, ma avevo la sensazione che non rispondesse ad una scelta del tutto appropriata. Se, infatti, tanto “inguaribile” che “incorreggibile”, da intendersi entrambi nell’accezione figurata, si definiscono come incallito, accanito o irriducibile, l’“inguaribile ottimista” a me suonava più come un appellativo riferibile a chi ha ceduto, involontariamente, all’inclinazione naturale della sua personalità, che qui è l’ottimismo appunto, dalla quale non può essere liberato; mentre l’“incorreggibile ottimista” lo riferivo a chi, per sua scelta, si è dato un atteggiamento, un carattere, quasi a volere costruire artificialmente una personalità che niente e nessuno può riuscire a fargli cambiare. In sostanza, mi riusciva difficile pensare che l’autore del libro avesse immaginato un club di persone che avessero voluto instillarsi a forza un aspetto del carattere che, di norma, risulta innato. Così, intanto, sono andato subito a cercare il titolo originale, per verificare se quella scelta fosse dell’autore, del traduttore o addirittura dell’editore. Quel che ho scoperto, però, è che, per quanto il francese non sia la mia seconda lingua, quella scelta doveva essere stata fatta proprio dall’autore, sembrandomi fedele la traduzione di “le Club des incorrigibles optimistes”.
Dopodiché, non avendo altri appigli per darmi una risposta, l’unica cosa che mi rimaneva da fare era cominciare a leggere. Alla fine mi sono reso conto di avere fatto un meraviglioso lungo viaggio nella Francia a cavallo degli anni ’50 e ’60 del XX secolo.
Due cose caratterizzavano la Francia di quell’epoca: il boom economico seguito al secondo conflitto mondiale e la guerra d’indipendenza algerina. Eventi, questi, che costituiscono lo sfondo della narrazione; uno sfondo che si potrebbe definire attivo, come una rete fluttuante in cui, inevitabilmente, i personaggi, prima o poi, finiscono imbrigliati. La trama del romanzo è costituita dalle esperienze adolescenziali di Michel Marini, figlio di immigrati italiani che si sono arricchiti a Parigi, che vivono tutte le incertezze legate al denaro, le ipocrisie del tempo e guardano con fare sospetto a tutto ciò che minaccia di compromettere il mondo in cui si sono ambientati. Nella vita di Michel che, da una vita agiata in una famiglia all’apparenza felice, si trova col tempo (a causa proprio di quello sfondo di cui ho detto) col non potere più confidare né nei suoi familiari né nei suoi amici coetanei, c’è un solo punto fermo: un club spontaneo, creato nel retro di un bistrò denominato Balto, frequentato in prevalenza da profughi dei paesi dell’Est, uomini che il più delle volte non hanno rinunciato ai propri ideali, ma che si sono trovati a fuggire da un regime che li ha fatti propri. Dopo avervi fatto capolino un giorno per pura curiosità, Michel viene presto accettato nel club come una mascotte o, più, semplicemente, come un diversivo alle storie, il più delle volte drammatiche, che ciascun socio si porta dietro dal suo paese d’origine.
Iniziano così a intervallarsi le vicende e i ricordi dei frequentatori del Balto con le nuove esperienze e la maturazione spirituale e morale di Michel. Il club si rivela presto, infatti, non soltanto un punto di ritrovo fra gente senza più amici e con una famiglia da dimenticare, ma anche un luogo di crescita e di sostegno vicendevole. Per quanto spontaneo, infatti, quella originale aggregazione di uomini ha poche ma rigorose regole e fra queste quelle di non rievocare mai il passato, accettando il presente e il futuro quale condizione che non può che essere migliore di quella da cui si proviene. E’ quindi un luogo in cui, posso dire adesso che ho finito di leggere, ci si costringe quasi a forza ad essere ottimisti. E con questo, il termine “incorreggibile” diventa certamente il più azzeccato!
Fra i tanti rimorsi di coscienza, i rammarichi e le nostalgie che trapelano nonostante le regole del club, il libro getta luce su un’epoca storica e su un regime i cui misfatti non finiscono mai di inorridire. Ma non di meno sono frequenti le sottili ironie e i mirabili scherzi del destino che rendono più accattivante il ruolo di chi apprende, parola dopo parola, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, che persino la messa in pratica degli ideali più puri ed elevati può finire per segnare tragicamente il destino di un popolo.
Dopodiché, non avendo altri appigli per darmi una risposta, l’unica cosa che mi rimaneva da fare era cominciare a leggere. Alla fine mi sono reso conto di avere fatto un meraviglioso lungo viaggio nella Francia a cavallo degli anni ’50 e ’60 del XX secolo.
Due cose caratterizzavano la Francia di quell’epoca: il boom economico seguito al secondo conflitto mondiale e la guerra d’indipendenza algerina. Eventi, questi, che costituiscono lo sfondo della narrazione; uno sfondo che si potrebbe definire attivo, come una rete fluttuante in cui, inevitabilmente, i personaggi, prima o poi, finiscono imbrigliati. La trama del romanzo è costituita dalle esperienze adolescenziali di Michel Marini, figlio di immigrati italiani che si sono arricchiti a Parigi, che vivono tutte le incertezze legate al denaro, le ipocrisie del tempo e guardano con fare sospetto a tutto ciò che minaccia di compromettere il mondo in cui si sono ambientati. Nella vita di Michel che, da una vita agiata in una famiglia all’apparenza felice, si trova col tempo (a causa proprio di quello sfondo di cui ho detto) col non potere più confidare né nei suoi familiari né nei suoi amici coetanei, c’è un solo punto fermo: un club spontaneo, creato nel retro di un bistrò denominato Balto, frequentato in prevalenza da profughi dei paesi dell’Est, uomini che il più delle volte non hanno rinunciato ai propri ideali, ma che si sono trovati a fuggire da un regime che li ha fatti propri. Dopo avervi fatto capolino un giorno per pura curiosità, Michel viene presto accettato nel club come una mascotte o, più, semplicemente, come un diversivo alle storie, il più delle volte drammatiche, che ciascun socio si porta dietro dal suo paese d’origine.
Iniziano così a intervallarsi le vicende e i ricordi dei frequentatori del Balto con le nuove esperienze e la maturazione spirituale e morale di Michel. Il club si rivela presto, infatti, non soltanto un punto di ritrovo fra gente senza più amici e con una famiglia da dimenticare, ma anche un luogo di crescita e di sostegno vicendevole. Per quanto spontaneo, infatti, quella originale aggregazione di uomini ha poche ma rigorose regole e fra queste quelle di non rievocare mai il passato, accettando il presente e il futuro quale condizione che non può che essere migliore di quella da cui si proviene. E’ quindi un luogo in cui, posso dire adesso che ho finito di leggere, ci si costringe quasi a forza ad essere ottimisti. E con questo, il termine “incorreggibile” diventa certamente il più azzeccato!
Fra i tanti rimorsi di coscienza, i rammarichi e le nostalgie che trapelano nonostante le regole del club, il libro getta luce su un’epoca storica e su un regime i cui misfatti non finiscono mai di inorridire. Ma non di meno sono frequenti le sottili ironie e i mirabili scherzi del destino che rendono più accattivante il ruolo di chi apprende, parola dopo parola, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, che persino la messa in pratica degli ideali più puri ed elevati può finire per segnare tragicamente il destino di un popolo.
lunedì 27 dicembre 2010
Gleen Cooper, “La biblioteca dei morti”.
E’ raro che legga libri gialli, ma ogni tanto mi ci tuffo assaporandone tutto il sapore come dell’acqua di una fontana rinfrescante in una calda domenica d’agosto.
E’ un dato di fatto: i thriller, i noir, i polizieschi, i gialli, e tutti gli altri generi che si avvicinano a questi non mi lasciano nulla, dopo averli letti, che valga la pena di ricordare, ma non nego che mi piacciono da impazzire, perché già dalle prime pagine vengo come preso da una curiosità morbosa che mi trascina inesorabilmente fino alla fine. Del resto, questo è il compito dei giallisti e guai se non fosse così!
La biblioteca dei morti non saprei se collocarlo tra i polizieschi o tra i thriller, o, più genericamente, onde evitare il rischio di irritare gli amanti del genere, fra i gialli (anzi, se qualcuno vuol colmare la mia incertezza, qui può farlo e gliene sarò grato). Di sicuro, i morti ci sono e c’è pure la polizia di mezzo, compreso il famigerato FBI, che ne cerca il responsabile. Ma ci sono pure presenze oscure, che sembrano essere messaggeri dell’aldilà e riti offensivi per il genere umano, che vengono perpetrati ingenuamente per fini religiosi.
Will Piper è il classico detective dell’FBI all’americana: scanzonato, beone, donnaiolo, che non tollera le prevaricazioni dei suoi superiori, ma anche il primo fra i suoi colleghi in intelligenza e capacità di risolvere i casi. Per queste ultime qualità viene scelto per risolvere il caso di un presunto serial killer che, in modo del tutto originale, annuncia anticipatamente alle sue vittime la data della loro morte tramite l’invio di una cartolina postale. Accanto a Will viene messa la detective Nancy Lipinsky, che da principio appare odiosa e con tutta l’aria di volere fare la prima della classe, ma che col tempo imparerà a farsi conoscere diversamente fino al punto che, anche qui in maniera quanto più americana possibile, finirà per farsi amare dal suo capo.
La coppia va avanti nelle ricerche, con pochi elementi fra le mani, affidandosi soprattutto al sesto senso di Piper, mentre, tra un capitolo e un altro, vengono intercalati eventi apparentemente diversissimi, risalenti ad altre epoche storiche di settanta, ottocento e persino milleduecento anni prima. Sennonché, a poco a poco, proprio gli eventi accaduti nel passato finiscono inesorabilmente per dare (da principio solamente al lettore) la chiave di lettura per la soluzione del caso.
Tutto sarebbe semplice, dunque, per la mente acuta di Will, se non ci si mettessero di mezzo le invidie degli amici, gli ordini provenienti da oscuri superiori e da ultimi, ma non per ultimi, il segreto di stato e la sicurezza della nazione, che lo portano a diventare in poco tempo da investigatore intoccabile a ricercato numero uno.
Non mi stupirei se sentissi dire che della biblioteca dei morti ne stanno facendo un film, non perché credo che meriti di essere divulgato anche sotto quella forma, ma molto più semplicemente per l’interesse economico che immagino si porti dietro, dato il gran successo che, a quanto pare, il libro ha avuto sin dal suo esordio. D’altronde, è anche chiaro che se n’è voluto creare una caso letterario, visto che nelle librerie, dopo neanche un anno, dal mese di maggio del 2010, c’è già il cosiddetto sequel della storia, che si riallaccia ad alcuni particolari, qui insignificanti, ma che per i più bramosi, non hanno avuto una completa descrizione.
Chi fosse così curioso, cerchi “il libro delle anime”, dello stesso autore. Io, forse tra qualche mese, in queste pagine, mi troverò a parlare anche di quello. Chi lo sa?!
E’ un dato di fatto: i thriller, i noir, i polizieschi, i gialli, e tutti gli altri generi che si avvicinano a questi non mi lasciano nulla, dopo averli letti, che valga la pena di ricordare, ma non nego che mi piacciono da impazzire, perché già dalle prime pagine vengo come preso da una curiosità morbosa che mi trascina inesorabilmente fino alla fine. Del resto, questo è il compito dei giallisti e guai se non fosse così!
La biblioteca dei morti non saprei se collocarlo tra i polizieschi o tra i thriller, o, più genericamente, onde evitare il rischio di irritare gli amanti del genere, fra i gialli (anzi, se qualcuno vuol colmare la mia incertezza, qui può farlo e gliene sarò grato). Di sicuro, i morti ci sono e c’è pure la polizia di mezzo, compreso il famigerato FBI, che ne cerca il responsabile. Ma ci sono pure presenze oscure, che sembrano essere messaggeri dell’aldilà e riti offensivi per il genere umano, che vengono perpetrati ingenuamente per fini religiosi.
Will Piper è il classico detective dell’FBI all’americana: scanzonato, beone, donnaiolo, che non tollera le prevaricazioni dei suoi superiori, ma anche il primo fra i suoi colleghi in intelligenza e capacità di risolvere i casi. Per queste ultime qualità viene scelto per risolvere il caso di un presunto serial killer che, in modo del tutto originale, annuncia anticipatamente alle sue vittime la data della loro morte tramite l’invio di una cartolina postale. Accanto a Will viene messa la detective Nancy Lipinsky, che da principio appare odiosa e con tutta l’aria di volere fare la prima della classe, ma che col tempo imparerà a farsi conoscere diversamente fino al punto che, anche qui in maniera quanto più americana possibile, finirà per farsi amare dal suo capo.
La coppia va avanti nelle ricerche, con pochi elementi fra le mani, affidandosi soprattutto al sesto senso di Piper, mentre, tra un capitolo e un altro, vengono intercalati eventi apparentemente diversissimi, risalenti ad altre epoche storiche di settanta, ottocento e persino milleduecento anni prima. Sennonché, a poco a poco, proprio gli eventi accaduti nel passato finiscono inesorabilmente per dare (da principio solamente al lettore) la chiave di lettura per la soluzione del caso.
Tutto sarebbe semplice, dunque, per la mente acuta di Will, se non ci si mettessero di mezzo le invidie degli amici, gli ordini provenienti da oscuri superiori e da ultimi, ma non per ultimi, il segreto di stato e la sicurezza della nazione, che lo portano a diventare in poco tempo da investigatore intoccabile a ricercato numero uno.
Non mi stupirei se sentissi dire che della biblioteca dei morti ne stanno facendo un film, non perché credo che meriti di essere divulgato anche sotto quella forma, ma molto più semplicemente per l’interesse economico che immagino si porti dietro, dato il gran successo che, a quanto pare, il libro ha avuto sin dal suo esordio. D’altronde, è anche chiaro che se n’è voluto creare una caso letterario, visto che nelle librerie, dopo neanche un anno, dal mese di maggio del 2010, c’è già il cosiddetto sequel della storia, che si riallaccia ad alcuni particolari, qui insignificanti, ma che per i più bramosi, non hanno avuto una completa descrizione.
Chi fosse così curioso, cerchi “il libro delle anime”, dello stesso autore. Io, forse tra qualche mese, in queste pagine, mi troverò a parlare anche di quello. Chi lo sa?!
lunedì 20 dicembre 2010
Andrea De Carlo, “Leielui”.
Daniel Deserti e Clare Moletto si conoscono in modo imprevisto: un incidente stradale. Lui tampona la macchina in cui lei sta viaggiando col suo fidanzato. Da quel momento, dapprima grazie a circostanze fortunose e poi via via sempre di più volute, i due iniziano a frequentarsi, a conoscersi e a rimanere sempre più imbrigliati in una trama di curiosità, appagamento nascosto e gioco delle parti che li apre, da una parte, l’uno all’altro, ma che li rende dall’altra parte, sempre più vulnerabili al sentimento che comincia ad aleggiare fra di loro.E tutto ciò lo fa con una maestria che fa sembrare persino facile il compito dello scrittore. Non si può non cogliere, infatti, lo stile fluido, impeccabile, e lineare. Eppure, a stare bene attenti, c’è una cura tanto nello stile che nella trama che interessa ogni parte del romanzo.
L’esempio più lampante (a voler tacere del perfetto gioco narrativo ad incastri, con particolari lasciati sparsi qui e là, che solo da principio risultano essere apparentemente inutili e che non sfuggono nemmeno ad un lettore distratto; o a voler tacere anche - per questa volta, almeno - di certi virtuosismi lessicali o di certi effetti “scenici”, quasi fossero un retaggio del regista cinematografico De Carlo) è dato dalla caratterizzazione dei personaggi, che è oltremodo attenta e delineata fin dentro ogni più recondito particolare. Tale caratterizzazione, infatti, si lascia cogliere anche dai discorsi diretti o dai flussi di coscienza oppure ancora attraverso l’escamotage più vecchio, personale e meglio sperimentato dall’autore che, quando può, procedendo con metodo - che potremmo definire - “a contrario”, pone accanto ad ogni protagonista un suo personale antagonista, da cui fugge, od al quale si contrappone.
Ne ho letti tanti libri di De Carlo, e credo di poter dire che il massimo sforzo teso a caratterizzare i personaggi sia stato profuso proprio nel romanzo in commento (anche se “Giro di vento”, in cui c’è il più alto numero di protagonisti ognuno con la sua marcata personalità, non può dirsi da meno). Inoltre, c’è da sottolineare la presenza di un personaggio-tipo che all’autore deve piacere tanto perché ricorre spesso nei suoi libri (o almeno, così è in tutti quelli che ho letto io); un personaggio apparentemente burbero, singolare, le cui intenzioni non sono sempre alla portata di quelli che gravitano attorno a lui e che tanto meno sono per questi ultimi prevedibili o controllabili. In questo “tipo” rientrano, per citarne alcuni, Macno, nell’omonimo romanzo (Bompiani, 1984), Guido Laremi, in “Due di due” (Mondadori, 1989), Maria Chiara, in “Nel momento” (Mondadori 1999), Lorenzo Telmari, in “Mare delle verità” (Bompiani, 2006), Durante, nell’omonimo romanzo (Bompiani, 2008) e adesso, con “Leielui”, in parte, anche Daniel Deserti. Perché dico “in parte”? Perché man mano che la narrazione va avanti, il Daniel Deserti-personaggio tipo compie una specie di rivoluzione, mettendosi in discussione e dimostrandosi fallibile perfino a sé stesso (cosa che, invece, gli altri suoi consimili non fanno mai). Che si debba registrare un cambiamento nella scelta dei personaggi di De Carlo? Qualunque sia la risposta, resta il fatto che Daniel, di certo, non si può annoverare fra quelli che ci capita tutti i giorni di frequentare, anche se può suscitare un certo desiderio di conoscere persone come lui.
L’unica osservazione critica, se tale si può dire, per un romanzo appagante come questo è - strano a dirsi - rivolta al commento che l’autore stesso fa del suo romanzo. Egli dice di aver voluto “dare ai due protagonisti, donna e uomo, lo stesso peso”, facendo in modo che “a capitoli alterni la storia [venisse] raccontata dal punto di vista di lei e di lui”. Detta così, infatti, avrei immaginato che la stessa sequenza o lo stesso spazio temporale venissero riproposti due volte, alternando appunto i punti di vista. In realtà, se vera, o quantomeno condivisibile è la pari misura data a Daniel e Clare, l’unica alternanza si rinviene nella prospettiva del narratore, che getta ora uno sguardo sull’uno, ora uno sguardo sull’altra. E ciò, peraltro, sempreché i due non si trovino nello stesso contesto.
lunedì 13 dicembre 2010
Enrique Vila-Matas, “Dublinesque”.
Quand’ero a metà di questo romanzo mi sentivo spossato, afflitto. Non so dirlo bene: insomma, mi era passata la voglia di leggere. Non riuscivo nemmeno a trovare un divano che mi rendesse più comoda la lettura o un cuscino, semplicemente, che mi rendesse le cose più piacevoli (in bagno? non è mai stata mia abitudine. Comunque, ho provato e neanche lì andava bene). Poi c’era che mi distraevo spesso e mi ritrovavo ad andare avanti senza avere recepito le parole che avevo scorso con lo sguardo, per cui dovevo tornare indietro e rileggere concentrandomi sulle parole, poi sulle frasi e, infine, sui paragrafi.La svolta è arrivata una volta superata la metà, una volta a tre quarti, mi direte voi. E invece no. Il libro è andato avanti così, fino alla fine. E meno male che non fa nemmeno duecentocinquanta pagine (che io però ho letto in più di tre settimane)! I tasselli mancanti non sono mai tornati, le metafore non hanno mai visto la luce e l’abbagliamento promesso non si è mai manifestato. Avete presente un mattone? Ecco, questo è il caso.
Il romanzo narra la storia del dolore di Samuel Riba, editore in pensione che ha perso l’entusiasmo per il suo mestiere, ormai appiattito sulla scia delle nuove tecnologie: il suo pensiero è che la stampa sta scomparendo e con essa anche la cultura.
Per tale ragione, mentre viene perseguitato dalla paura di ricadere nel vizio dell’alcol e dalla convinzione di non essere compreso, Riba decide di andare a Dublino il 16 giugno in occasione delle celebrazioni annuali (Bloomsday) dello scrittore irlandese James Joyce. L’intento è quello di celebrare in quel luogo, che per il suo intento è tanto pieno di significato, un funerale simbolico dell’era della stampa e più in generale di quella concezione della società che va sotto il nome di Galassia Gutemberg.
Il requiem riesce, anche se non nei modi, con lo spirito e l’atmosfera che il suo autore aveva immaginato, mentre va prendendo forma una figura singolare e metaforica che accompagnerà la vita del protagonista fino alla fine del romanzo.
Ora che ho letto fino all’ultima pagina, non mi resta altro che aspettare il giorno in cui la pesantezza contingente non sarà rimasta che un vecchio ricordo, e pure sbiadito, e mi sveglierò con la consapevolezza di avere avuto il privilegio di leggere una grande opera!
mercoledì 24 novembre 2010
Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”.
A volte ci si trova in imbarazzo nel leggere romanzi, sia pur di fantasia, che sottintendono o che si riportano ad avvenimenti realmente accaduti e a personaggi o a luoghi consacrati dalla storia. O almeno, questo è quel che succede a me tutte le volte che riemergono le mie lacune in materia. L’ultima volta è capitato quando ho dovuto fare i conti con la storia d’Italia e d’Europa della fine del XIX secolo, nel leggere il Cimitero di Praga.
Eh già, perché il cimitero di Praga narra la storia di un uomo, frutto della fantasia del suo autore, che ha vissuto da vicino avvenimenti come lo sbarco dei mille e l’unificazione dell’Italia o la guerra franco-prussiana e la caduta del secondo impero francese con la conseguente restaurazione della repubblica, venendo a contatto, per un motivo o per un altro, con tutta una serie di uomini che invece sono realmente vissuti.
La trattazione è originalissima: il protagonista del romanzo, Simone Simonini, si sveglia da uno stato di smarrimento in cui non riesce neppure a ricordare chi è veramente. Sennonché, nel tentativo di ricostruire la sua vita scrivendo un diario che ripercorra le vicende passate, le persone conosciute, ma anche le ambizioni e i risultati ottenuti nel corso degli anni, si trova a rivelare la sua versione i ordine ai complessi intrecci ed ai meccanismi che hanno fatto muovere e crescere tutto il movimento sotterraneo che si è espanso in Europa fino ai due conflitti mondiali.
Dall’evolversi del racconto, infatti, viene fuori che Simonini è cresciuto come uno dei più insigni falsificatori di atti pubblici (o di interesse pubblico) al soldo dei massoni, della chiesa cattolica e dei servizi segreti, e che grazie ai suoi lavori è stato possibile persino condurre trattative internazionali, dichiarare guerre e sollevare popoli.
Simonini, però, rimane sempre fuori dalle dinamiche che si determinano grazie al suo intervento, anche se coltiva un’ambizione personale, che è quella di mettere in circolazione dei documenti da sé inventati, in parte attingendo alla fantasia ed in parte ricostruendo ad arte avvenimenti di dubbia provenienza storica, che lui stesso chiamerà i protocolli di Sion. L’ambizione per Simonini è di natura economica, anche se, per una ragione che non ricorda, ma che si lega all’affetto per il nonno che lo ha cresciuto, non disdegna l’effetto che la loro pubblicazione può suscitare. I protocolli da lui concepiti, infatti, rappresenterebbero la prova della cospirazione del popolo ebraico per la conquista del mondo civilizzato e, così, la loro diffusione provocherebbe una reazione ostile verso la stirpe giudaica che suo nonno, chissà perché, tanto odiava.
Dall’ambizione di Simonini, che si destreggia in un mondo in cui sembra che si faccia persino a gara per chi deve mettere per primo in circolazione un finto documento originale nell’interesse dell’una o dell’altra parte della barricata, si vanno facendo via via sempre più evidenti gli insegnamenti che la storia del secolo XIX e di quello che ha preceduto il nostro ci ha lasciato. In primo luogo, purtroppo, che non c’è cosa migliore per tenere in pugno un popolo che condividere con lui l’odio verso un nemico comune e che questo odio se non è motivato, può essere quantomeno provocato, indotto; inoltre, che se il nemico è ricco e potente, l’odio potrà essere ancor più grande; e poi ancora che se si smarrisce ogni riferimento con la storia, gli avvenimenti reali, la concretezza di tutti i giorni, si rischia di perdere di mano la situazione, con effetti quasi certamente catastrofici.
Così è stato per il Protocollo dei savi di Sion, alla cui elaborazione ha certamente partecipato il personaggio immaginato da Umberto Eco nel Cimitero di Praga. Tale documento è, infatti, tristemente noto alla storia come falso, ma tanto falso che, come si sostenne da parte di chi ne aveva interesse, non può essere contestato. Ed è per tale ragione, anche, che milioni di ebrei vennero uccisi nei campi di sterminio durante il nazismo.
Ho trovato il libro degno del suo autore. Semplicemente, un capolavoro. E’ illuminante e piacevolissimo da leggere.
Eh già, perché il cimitero di Praga narra la storia di un uomo, frutto della fantasia del suo autore, che ha vissuto da vicino avvenimenti come lo sbarco dei mille e l’unificazione dell’Italia o la guerra franco-prussiana e la caduta del secondo impero francese con la conseguente restaurazione della repubblica, venendo a contatto, per un motivo o per un altro, con tutta una serie di uomini che invece sono realmente vissuti.
La trattazione è originalissima: il protagonista del romanzo, Simone Simonini, si sveglia da uno stato di smarrimento in cui non riesce neppure a ricordare chi è veramente. Sennonché, nel tentativo di ricostruire la sua vita scrivendo un diario che ripercorra le vicende passate, le persone conosciute, ma anche le ambizioni e i risultati ottenuti nel corso degli anni, si trova a rivelare la sua versione i ordine ai complessi intrecci ed ai meccanismi che hanno fatto muovere e crescere tutto il movimento sotterraneo che si è espanso in Europa fino ai due conflitti mondiali.
Dall’evolversi del racconto, infatti, viene fuori che Simonini è cresciuto come uno dei più insigni falsificatori di atti pubblici (o di interesse pubblico) al soldo dei massoni, della chiesa cattolica e dei servizi segreti, e che grazie ai suoi lavori è stato possibile persino condurre trattative internazionali, dichiarare guerre e sollevare popoli.
Simonini, però, rimane sempre fuori dalle dinamiche che si determinano grazie al suo intervento, anche se coltiva un’ambizione personale, che è quella di mettere in circolazione dei documenti da sé inventati, in parte attingendo alla fantasia ed in parte ricostruendo ad arte avvenimenti di dubbia provenienza storica, che lui stesso chiamerà i protocolli di Sion. L’ambizione per Simonini è di natura economica, anche se, per una ragione che non ricorda, ma che si lega all’affetto per il nonno che lo ha cresciuto, non disdegna l’effetto che la loro pubblicazione può suscitare. I protocolli da lui concepiti, infatti, rappresenterebbero la prova della cospirazione del popolo ebraico per la conquista del mondo civilizzato e, così, la loro diffusione provocherebbe una reazione ostile verso la stirpe giudaica che suo nonno, chissà perché, tanto odiava.
Dall’ambizione di Simonini, che si destreggia in un mondo in cui sembra che si faccia persino a gara per chi deve mettere per primo in circolazione un finto documento originale nell’interesse dell’una o dell’altra parte della barricata, si vanno facendo via via sempre più evidenti gli insegnamenti che la storia del secolo XIX e di quello che ha preceduto il nostro ci ha lasciato. In primo luogo, purtroppo, che non c’è cosa migliore per tenere in pugno un popolo che condividere con lui l’odio verso un nemico comune e che questo odio se non è motivato, può essere quantomeno provocato, indotto; inoltre, che se il nemico è ricco e potente, l’odio potrà essere ancor più grande; e poi ancora che se si smarrisce ogni riferimento con la storia, gli avvenimenti reali, la concretezza di tutti i giorni, si rischia di perdere di mano la situazione, con effetti quasi certamente catastrofici.
Così è stato per il Protocollo dei savi di Sion, alla cui elaborazione ha certamente partecipato il personaggio immaginato da Umberto Eco nel Cimitero di Praga. Tale documento è, infatti, tristemente noto alla storia come falso, ma tanto falso che, come si sostenne da parte di chi ne aveva interesse, non può essere contestato. Ed è per tale ragione, anche, che milioni di ebrei vennero uccisi nei campi di sterminio durante il nazismo.
Ho trovato il libro degno del suo autore. Semplicemente, un capolavoro. E’ illuminante e piacevolissimo da leggere.
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